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giovedì, gennaio 15, 2009

La fisica e la biologia dell'emergenza: differenze tangibili e convergenze possibili.


Il concetto di auto-organizzazione è uno dei cardini della teoria della complessità, e ha destato molta attenzione la sua ubiquità in natura, particolarmente in diversi sistemi fisici. Richiede un certo coraggio associare questa proprietà ai sistemi biologici, specie nel caso di animali, dei quali non si possono trascurare le evidenti capacità cognitive, ancorché primordiali o elementari.
Per tornare ancora sugli insetti sociali, riporto un brano tratto da un'intervista a J.L. Deneubourg, chimico belga autore di parecchia ricerca sul tema dei comportamenti collettivi biologici, che aiuta nel difficile compito di contestualizzare l'auto-organizzazione nell'ambito degli animali sociali.

Se posizioniamo delle termiti sul fondo di una capsula Petri riempita di terra, notiamo che le termiti si adoperano a costruire pilastri distribuiti in maniera più o meno regolare. In questo caso abbiamo un fenomeno di pura autorganizzazione. Perché le termiti masticano delle palline di terra, le impregnano di feromone e infine le depositano, inizialmente a caso. Ma una pallina intrisa di feromone e in seguito depositata incita le altre termiti a depositare un'altra pallina nello stesso posto; in questo modo viene avviato un processo autocatalitico, che conduce allo sviluppo di un pilastro. [...] Questo processo di deposito di materiale e di attrazione esercitata dall'odore è sufficiente perché si produca una struttura spaziale regolare, ovvero una distribuzione regolare dei pilastri. Ma non esiste nessuna regola esplicita di misurazione nel cervello delle nostre piccole termiti. Non c'è nessuna istruzione nel sistema. La struttura emerge dalla dinamica, senza nessuna codificazione esplicita. Siamo molto vicini alla situazione prevalente in chimica e in fisica chimica.
J.L. Deneubourg, in La teoria della complessità di R. Benkirane.
Deneubourg mette giustamente in guardia dalla facile generalizzazione, dato che non tutti i comportamenti degli insetti possono essere ricondotti a schemi di auto-organizzazione in senso fisico:
E' a questo punto che iniziamo a distinguerci dai nostri colleghi che lavorano sull'auto-organizzazione chimica - e che sono prigionieri dell'auto-organizzazione! - in quanto l'animale non è come una molecola, e a differenza di quest'ultima è in grado di elaborare l'informazione. Talvolta abbiamo degli schemi di decisione, dei modi e delle procedure che non sono autorganizzate, ma che utilizzano la complessità individuale o la centralizzazione. A questo proposito possiamo ricorrere alla spiegazione di ciò che chiamiamo [...] template, vale a dire uno schema di organizzazione in cui la struttura che appare non risulta in realtà da una dinamica non lineare tra diversi elementi, ma corrisponde semplicemente a una struttura preesistente che non siamo in grado di vedere.
A proposito della costruzione della cella della termite regina, osserva:

[...] Siamo in presenza di un sistema che sembra molto sofisticato, mentre in realtà è molto più semplicemente la messa in atto di un piano, un pattern chimico.
[...] non ci troviamo in un quadro di autorganizzazione.
[...] l'autorganizzazione è definibile come la capacità di un gruppo di elementi di produrre una struttura a livello di insieme, senza che si avverta, alla scala del comportamento individuale, anche solo una minima traccia evidente di questa struttura.
Nell'esempio delle termiti [...] se avessi uno strumento in grado di farmi percepire il campo olfattivo intorno alla regina noterei una sorta di disegno tracciato dalle linee di isoconcentrazione del feromone, paragonabili alle curve di livello di una carta geografica, e vedrei che i mattoni della costruzione si dispongono seguendo una linea ben precisa. In qualche modo dunque il piano è preesistente.
J.L. Deneubourg, in La teoria della complessità di R. Benkirane
Se quindi è lecito parlare di comportamento emergente nei casi esposti, può invece essere improprio riferirsi ad essi in termini di auto-organizzazione. E questa è la prima conclusione cui possiamo arrivare nel caso di società di animali.
La seconda conclusione nasce invece dall'osservazione che l'auto-organizzazione, pur essendo una proprietà dinamica di un sistema di agenti - ovvero una proprietà della fisica del sistema - quindi non legata a capacità cognitive o alla presenza di "intelligenza", essa è scelta come strategia comportamentale in determinate circostanze dalle medesime collettività biologiche. La vera ragione del successo di questo tipo di comportamenti, che quindi sembra possibile riscontrare sia in biologia sia in fisica, pur con i dovuti distinguo, è sfuggente.
Le spiegazioni finora offerte dalla fisica poggiano sulla criticità auto-organizzata (SOC) oppure sui modelli di attaccamento preferenziale di Barabasi o della aggregazione limitata dalla diffusione (DLA).
Le spiegazioni in biologia, invece, affondano le proprie radici nell'evoluzione naturale.
Senza voler stabilire nessun primato dell'una sull'altra, concludo riportando che qualcuno (es. Stuart Kauffman) ha affermato che il denominatore comune potrebbe essere quel quarto principio della termodinamica che ancora nessuno ha potuto afferrare.

lunedì, ottobre 27, 2008

L'auto-organizzazione nell'era del P2P.


Se lasciassimo che ogni computer stabilisca delle connessioni con altri secondo gli obiettivi individuali dei rispettivi proprietari, ovvero la ricerca di contenuti digitali rispondenti ai rispettivi gusti personali o interessi culturali, avremmo avviato la formazione di una rete peer-to-peer.
Questo è pacifico. Meno immediato è che una rete siffatta si costituirebbe secondo un meccanismo di auto-organizzazione: una modalità di sviluppo od interconnessione che possiamo ricondurre ad un semplice assunto di base, ovvero la mancanza di un'entità individuale, interna od esterna, che svolga funzioni organizzative, quale un leader, un direttore d'orchestra, un pace-maker, un architetto.

Su Internet, una rete peer-to-peer è un insieme dinamico di relazioni logiche tra computer, nessuno dei quali svolge funzioni organizzative direttive, e in cui ciascuno partecipa alla rete in condizioni paritetiche rispetto a tutti gli altri.
Il successo delle reti peer-to-peer è ormai consolidato.
Esse sono apparse quasi improvvisamente sul finire degli anni '90, con l'esplosione di Napster e di Freenet: entrambi pionieri della comunicazione peer-to-peer su Internet, questi due modelli di rete differivano in una maniera fondamentale che avrebbe portato ad una successiva classificazione in reti P2P strutturate (Napster) e non-strutturate (Freenet), che essenzialmente differiscono per l'adozione delle Tabelle Hash Distribuite (DHT).
A parte gli aspetti più tecnici sulla differenza tra i due approcci, i successi iniziali furono presto emulati dalle reti P2P che sono apparse sulla scena: Gnutella, Kazaa, BitTorrent, eDonkey, Kademlia. La comunicazione usata da eMule (il client P2P più popolare dal 2004) utilizza entrambi i meccanismi, a testimonianza del fatto che questa tecnica di comunicazione ha intrapreso una fase di ibridazione.
Una ben documentata e dettagliata esposizione delle reti peer-to-peer, con le tecniche e gli algoritmi relativi, è disponibile in questa Survey and Comparison of Peer-to-Peer Overlay Network Schemes.
Praticamente tutte le reti P2P lì descritte sono sistemi costruiti da nodi peer che si auto-organizzano applicando ciascuno localmente le regole dettate dai protocolli di comunicazione che regolano la rimozione e l'aggiunta di nodi, i meccanismi di ricerca dei dati e di instradamento delle informazioni.
Alcune ricerche hanno mostrato che le reti peer-to-peer sono complesse, ovvero rispondono ad una o entrambe le seguenti definizioni:
- sono reti small-world;
- sono caratterizzate da una legge della potenza.
Ad esempio, questo articolo riguarda una rete realizzata con Gnutella, e ne inferisce le caratteristiche power-law, mentre un altro studio ne individua le proprietà small-world.
A questo punto diventa verosimile la conclusione che le reti peer-to-peer sono tutte reti distribuite secondo una legge di potenza, o almeno reti small-world. E diventa anche lecito il sospetto che tutte le reti auto-organizzati siano anche esse caratterizzate da distribuzioni dello stesso tipo, e dalle proprietà di piccolo mondo.
Infatti, altri studi sono arrivati alle stesse conclusioni anche per altre reti overlay: il world wide web, la topologia di Internet (al livello di Autonomous System), le reti delle e-mail, le direttrici di traffico in Sardegna, le chiamate telefoniche: tutte reti che evidenziano un carattere power-law, o ad invarianza di scala.
Cosa hanno in comune tutte queste reti?
- sono artificiali (in contrapposizione con quelle naturali: ingegneria vs. evoluzione).
- sono auto-organizzate, cioè frutto di una dinamica collettiva agente dal basso;
- sono in qualche relazione con le dinamiche legate agli utenti umani.
Se per il web, la topologia Internet, le e-mail e le chiamate telefoniche è ipotizzabile che l'organizzazione della rete sia influenzata o, di più, rifletta quella della rete sociale umana sovrastante, lo stesso non è possibile fare per le reti P2P, in cui è invece un algoritmo distribuito che agisce sulla base di informazioni locali a tessere la complessa tela delle connessioni. Quel meccanismo, per quanto di origine artificiale, non realizza le reti sulla base delle connessioni sociali che tali reti usano.
E' riconosciuto che il processo di formazione della topologia di una rete P2P non è del tutto compreso, per quanto esso sia basato su meccanismi ben individuabili: di certo, non è spiegato perché sistematicamente emergano per queste reti le caratteristiche delle reti complesse.

Per questa ragione l'esempio delle reti peer-to-peer è molto rappresentativo per i temi dell'auto-organizzazione, delle proprietà emergenti dei sistemi e delle loro relazioni con le reti complesse.

domenica, ottobre 12, 2008

Reti Sociali e P2P: il principio da difendere.


Ancora una sconfitta per le major della musica nella loro crociata per la santificazione del copyright: una trentenne americana disoccupata ha vinto la causa che la vedeva incriminata per lo scambio di file protetti da copyright tramite applicazioni peer to peer.
Qualche giorno prima era arrivata anche la decisione del tribunale del riesame di Bergamo di rimuovere il sequestro preventivo del sito The Pirate Bay (come se un server in Svezia possa essere sequestrato in Italia - perdonatemi la semplificazione, sono sicuro che tutti sappiamo di che si parla).
Queste sono le notizie che arrivano dal fronte della guerra santa tra le major discografiche e il resto del mondo, che si combatte sul filo del peer-to-peer, questa idra dalle molte teste che non lascia dormire gli avvocati dei grandi editori musicali.
Eppure noi sappiamo che la comunicazione peer to peer è in fondo un modello molto semplice per lo scambio di dati all'interno di una rete sociale.
Il Social Networking, infatti, non è soltanto la pratica di costruire dei grafi on-line in cui noi stessi diventiamo il link che mette in relazione diretta i profili virtuali dei nostri contatti, come accade con LinkedIn, Facebook, Plaxo Pulse e via cantando. E' la possibilità di tenersi in contatto e comunicare con persone con cui si condividono interessi e passioni.
Con l'avvento del Web prima, e delle nuove tecniche e funzionalità telematiche che vanno sotto il nome generico di Web 2.0 poi, ci si è offerta la possibilità di allargare la nostra cerchia di conoscenze e (perché no?) amicizie anche al di là delle possibilità offerte dalle frequentazioni della realtà quotidiana. Questo non vuol dire che ci teniamo in contatto con entità virtuali, ma persone vere e proprie in carne e ossa, tanto è vero che nelle reti sociali diventano importanti qualità come la reputazione.
E il peer to peer è il modello di comunicazione che meglio si adatta a questo tipo di realtà: se prima potevo soltanto invitare i miei amici a casa per condividere con loro la musica che mi piaceva ascoltando lo stereo, oggi posso farlo trasmettendo i brani che preferisco su quella radio privata wired che è il mio network sociale. Questo è il punto cruciale del discorso, ed il principio da difendere.
Da Shannon e Nyquist in poi, l'informazione analogica di qualunque natura è stata ridotta alla sua componente fondamentale: sequenze di bit. E come tale è diventata suscettibile di archiviazione, di riproduzione e di trasmissione. Il fatto che non sia possibile comunicare un brano impedendone l'archiviazione è una realtà fisica, un principio primo come l'indeterminazione di Heisenberg. Ciò che si può comunicare o riprodurre si può anche archiviare nell'era dell'informazione, e viceversa. Rompere questa relazione è come andare alla ricerca del moto perpetuo, come violare il secondo principio della termodinamica, oppure - per meglio rendere il fanatismo delle grandi case discografiche - come inseguire il Santo Graal.
L'interesse privato delle major non deve soverchiare il diritto privato del singolo cittadino, e delle comunità sociali di cui esso partecipa.
In un recente lavoro sull'Ipotesi dell'Intelligenza Sociale nell'evoluzione dell'uomo, il ricercatore e filosofo australiano Kim Sterelny ha osservato:
L'idea di base è che il grado di sofisticazione dell'intelligenza dei primati è il risultato della risposta adattativa alla complessità dell'ambiente sociale in cui i primati agiscono.
[...] La retroazione tra capacità individuale e complessità sociale fa dell'intelligenza sociale l'ipotesi della costruzione di una nicchia: l'evoluzione della cognizione umana dipende da contingenze ambientali che sono state generate dagli uomini stessi.
[...] E' la combinazione delle crescenti necessità di informazioni dell'attività di estrazione di risorse e la crescente complessità degli ambienti sociali che guida l'evoluzione degli ultimi ominidi.

Nella nostra società complessa e (iper?)-connessa la comunicazione è fondamentale per la vita sociale di ciascuno di noi: la sua moderna amplificazione è una conseguenza dei tempi, non un'aberrazione criminale e pirata, anche laddove questa comunicazione passa per la riproduzione di un brano o di un video che giudichiamo ci rappresentino. Video, brani, testi devono essere visti come metafore virtuali e multimediali del nostro io che vogliamo e dobbiamo comunicare agli altri per rappresentare noi stessi, e che possono essere ri-elaborati, re-mixati, mescolati, campionati da noi per consentire la nostra libera espressione: quindi si anche ai mesh-up.
Altrimenti ci dovremmo rassegnare ad essere soltanto i ricettori passivi di un'informazione generata come sotto-prodotto del profitto, e diffusa nelle nostre teste in ogni momento dalla pubblicità contenuta nei tanti mass-media.

sabato, agosto 02, 2008

Evo-Devo: complessità in evoluzione.


Per chi come me è interessato ai nuovi temi della complessità l'evoluzione della vita è senza ombra di dubbio la principale fonte di ispirazione.
Nella sua introduzione all'edizione italiana del libro Infinite forme bellissime di Sean B. Carroll, Telmo Pievani non manca di cogliere questo aspetto: l'evoluzione naturale narra l'incredibile storia della nascita di un'immensa diversità di forme a partire da un ristretto insieme di geni. E cosa altro è la complessità se non il corpus di teorie che studiano come con poche istruzioni si possano definire oggetti articolati, come dal semplice nasca il complesso, come una quantità di informazione grande si sviluppi a partire da poche regole. Lungi dal ridurre l'evoluzione naturale ad un semplice ambito di applicazione di queste teorie, dico anzi il contrario: che essa ne è l'insuperabile capolavoro.
Nel suo bellissimo libro sulla biologia evolutiva dello sviluppo (also known as Evo-Devo) Carroll ci spiega come da un ridotto set di geni e di interruttori genetici abbia avuto origine tutta la straordinaria complessità della vita, mettendo in risalto il ruolo della rete organizzativa che è alla base dello sviluppo per la diversità delle specie, e concludendo che:
L'architettura animale è un prodotto dell'architettura delle reti regolatorie genetiche.
Un richiamo al tema dello stato critico e, in qualche misura con quello del caos deterministico, si propone come un deja vu quando ci si sofferma ad analizzare le conseguenze di variazioni anche piccole alle condizioni iniziali nei processi di sviluppo delle forme animali:
Ci sono milioni di dettagli e i dettagli contano. Una piccola variazione in un processo ai primi stadi avrebbe una cascata di effetti in seguito. Quale processo è in grado sia di costruire un enorme dinosauro sia di dipingere i delicati dettagli di una macchia sulle ali di una farfalla?
Ma questi richiami, si sa, non sono scienza: tuttalpiù stimolano le menti meno pigre a interrogarsi su curiosi paralleli.
Scientifica è invece la relazione tra complessità biologica ed Evo-Devo, che riporto nelle parole dello stesso autore:
La complessità sorge dall'azione parallela e sequenziale dei geni del kit degli attrezzi, alcune dozzine dei quali agiscono nello stesso momento nello stesso posto, molti altri agiscono in diversi posti nello stesso momento e centinaia di essi agiscono in sequenza man mano che lo sviluppo progredisce. Ciò che dà luogo alla complessità è la catena di operazioni parallele e sequenziali.
Nessuna definizione rigorosa che ci illumini sulla natura di questa benedetta complessità, ma una relazione pienamente pertinente che viene a dirci che la natura, con i suoi processi evolutivi in atto da miliardi di anni, ha generato un'incredibile e complessissima biodiversità con una manciata di geni.

lunedì, luglio 28, 2008

Un inno alla biodiversità.


Tra il 200o ed il 2001 alcune indagini condotte su alcuni ecosistemi localizzati ha rivelato che essi corrispondono a piccoli mondi con pochi gradi di separazione tra le singole specie che ne fanno parte, in cui la distribuzione delle specie ordinate secondo il rispettivo grado di interconnessione all'interno della catena alimentare segue una legge della potenza.

Gli ecosistemi, quindi, sono davvero come le reti sociali e l'ottica di piccolo mondo consente di comprendere meglio quanto siano produttivi i legami deboli sotto il profilo ecologico. Una specie con funzioni di hub ha con le altre specie un gran numero di connessioni che, proprio in quanto numerose, sono perlopiù deboli: le due specie interagiscono di rado. Poichè i connettori possiedono una così alta percentuale delle connessioni di rete, la maggior parte delle connessioni della catena alimentare è debole; in altre parole, la preponderanza dei legami deboli in un ecosistema è la diretta conseguenza della struttura di piccolo mondo del sistema. Questa struttura rappresenta di per sè la valvola di sicurezza biologica che contribuisce a ridsitribuire l'alterazione e impedisce ad una specie di annientare un'altra predandola o competendo con essa in maniera incontrollata.
In tal senso la struttura di piccolo mondo di tipo aristocratico costituisce una naturale fonte di sicurezza e stabilità per gli ecosistemi del mondo.
[...] Se gli ecosistemi sani sono piccoli mondi caratterizzati da hub e se i legami deboli forniscono loro stabilità, la riduzione globale del numero di specie è una prospettiva molto allarmante; più specie scompaiono, infatti, più quelle restanti alla fine [...] interagiscono in maniera più forte.
[...] Poichè nessun organismo è mai lontano dagli altri, è difficile per una specie , ovunque essa viva, rimanere a lungo insensibile agli effetti dell'attività umana.

Mark Buchanan - Nexus.

La complessità degli ecosistemi è fonte di stabilità: l'impatto delle attività antropiche può avere effetti destabilizzanti e la riduzione della biodiversità può nuocere gravemente agli equilibri naturali. Tutto questo viene gridato da ogni dove spesso con toni infondatamente apocalittici - tuttavia vi è una base scientifica non ignorabile, che seppure non permetta di prevedere il futuro ci deve comunque mettere in guardia dai pericoli verso cui corriamo quando intraprendiamo come collettività azioni i cui effetti su scala ambientale non possiamo a controllare.

domenica, luglio 27, 2008

Le reti del potere.


I modelli individuati nello studio delle reti complesse sono serviti anche a dare una spiegazione di alcune dinamiche sociali.
Uno studio della University of Michigan Business School di qualche anno fa ha messo in luce la struttura di piccolo mondo nella rete di relazioni tra i dirigenti che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi corporate americane: è come dire che questi personaggi, che influiscono più o meno direttamente nell'andamento dell'economia statunitense, partecipano in una rete relazionale in cui con poche strette di mano si può raggiungere uno qualunque degli importanti decision maker della elìte di manager della crema del mondo economico e finanziario a stelle e strisce.
Davis e altri hanno dimostrato che i legami interni a tale rete influiscono parecchio sulla comunità economico-finanziaria. Per esempio le aziende nei cui consigli di amministrazione siedono numerosi funzionari di istituti bancari prendono più spesso in prestito il denaro, e questo fa pensare che il legame con i banchieri influenzi le loro decisioni. In genere le relazioni interaziendali servono a diffondere le informazioni, rendere omologo l'atteggiamento dei vari consigli di amministrazione, permettere all'industria di intuire quanto accade nei diversi settori dell'economia.
Mark Buchanan - Nexus.
Lasciata a sé stante, il sistema delle relazioni tra i consigli di amministrazione assumerà sempre una struttura di piccolo mondo.
Va da sé che quanto è risultato evidente nel mondo della finanza e dell'industria americano ha validità anche in altre organizzazioni.
Nessuno ha mai compiuto, che io sappia, un analogo studio riguardo le relazioni che sussistono tra gli uomini che occupano i luoghi del potere politico, ma non mi sembra azzardato affermare che la rete di connessioni anche in quel caso ha una natura dello stesso genere, small world con pochi passaggi tra due qualunque personaggi politici.
Infatti ciascun uomo politico è un nodo di una rete di relazioni, che si estende verso le segreterie dei partiti amici ma anche di quelli avversari, verso le istituzioni e gli uomini degli apparati statali, verso i circoli territoriali e i politici che mobilitano localmente gli elettori, verso le testate giornalistiche e le direzioni dei telegiornali, verso i think tank che alimentano il dibattito politico intellettuale, verso le unioni dei lavoratori e i sindacati, verso le confederazioni economiche, gli istituti finanziari, e chi più ne ha più ne metta. Nel corso della propria carriera politica ognuno di questi personaggi compie sforzi per acquisire un maggiore numero di legami, di connessioni: segue cioè lo stesso meccanismo di crescita che Barabasi ha riscontrato alla base della formazione degli hub. In ultima analisi, un politico influente è un hub di questa rete complessa, con un elevato o elevatissimo grado di connessioni.
La teoria delle reti complesse di tipo aristocratico - quella di Barabasi appunto - offre un'efficace rappresentazione ai possibili scenari politici di una società umana.
Una rete con un solo hub, unico e iperconnesso, è certamente ancora una rete piccolo mondo: essa può rappresentare la rete delle relazioni tra un dittatore o un re ed i propri sudditi.
Una rete con un hub che raccoglie una diversità di hub più piccoli che a loro volta raccolgono dei sudditi, può rappresentare una monarchia in cui si sia formata una classe di nobili feudatari ad esempio.
Un numero limitato di hub iperconnessi, seguito da un numero maggiore di hub con un inferiore grado di connettività, e giù fino ad un enorme numero di individui (gli elettori anonimi) con poche connessioni, potrebbe essere una rappresentazione di un'evoluta democrazia occidentale, opulenta e corrotta, come l'Italia (tanto per fare un esempio).
Ho già osservato in passato che una società del genere può difficilmente evolvere spontaneamente verso un maggiore grado di eguaglianza: il sistema degli hub iperconnessi presenta una certa resilienza, per cui nel caso della scomparsa di uno di essi (ovvero della formazione di un vuoto di potere) un nuovo hub ne prenderebbe il posto: sia esso uno dei giganti iperconnessi già esistenti, oppure la promozione di uno degli hub immediatamente più in basso nella scala della connettività.
Una società del genere è naturalmente ancora una democrazia, in cui gli incarichi politici sono passati da un hub ad un altro, ed in cui gli esponenti politici affermati possono ancora cadere in disgrazia e scomparire dalla scena. Ma, come nel caso della rete dei consiglieri di amministrazione delle grandi corporate americane, una organizzazione siffatta tende a rendere omologo l'atteggiamento degli hub ed a limitare e condizionare l'affiorare di nuovi hub - e questo certamente dovrebbe farci riflettere.
La semplicità asettica del modello di rete aristocratico di Barabasi ha una grossa base scientifica per quanto riguarda l'organizzazione di molti sistemi complessi che sono stati oggetti di studio scientifico. L'estensione di questo concetto alla organizzazione politica della nostra società occidentale è un'estrapolazione personale, di cui non penso che esista una dimostrazione scientifica: se ne trovate una, come al solito, vi prego di segnalarmela.
Ciononostante, leggendo queste cose, penso che a più d'uno sia venuto in mente il parallelo nei termini in cui lo ho condotto io.
Ma se l'organizzazione di piccolo mondo è un requisito probabilmente imprescindibile di una società, non lo è la topologia aristocratica di Barabasi. Ci vengono in soccorso le reti di Watts-Strogatz, piccoli mondi con topologie più egualitarie, dove gli hub non dominano incontrastati. Esse si possono formare durante il processo di crescita continua di una rete aristocratica quando intervenga un meccanismo di limitazione della crescita:

Le reti piccolo mondo di tipo egualitario [...] sono molto più che mere curiosità matematiche. Come le reti aristocratiche di Internet o del World Wide Web, si formano attraverso un semplice processo storico di crescita. Ogniqualvolta intervengono costi o limiti che impediscono ai ricchi di arricchirsi ulteriormente, la rete piccolo mondo diventa più egualitaria [...].

Mark Buchanan - Nexus.

Allora il problema si risolve facilmente: dobbiamo solo mettere qualche limitazione alla "crescita" incontrollata del nostro corrotto sistema politico. Neanche a dirlo, introdurre limitazioni alla crescita matematicamente equivale a ridurre letteralmente la distanza tra hub ed elettori, ad avvicinare i luoghi del potere ai cittadini.

sabato, maggio 03, 2008

Autorganizzazione, evoluzione, progettazione, storia: le molte cause delle leggi di potenza, le molte facce della complessità.


L'autorganizzazione è un processo spontaneo perfettamente plausibile in sistemi di elementi interagenti, quindi organizzati a rete, di tipo autonomo, in cui cioè l'intervento esterno non c'è oppure è limitato alla regolazione di un parametro strutturale che inneschi il processo auto-organizzativo. Gli esempi classici sono innumerevoli: l'acqua ghiaccia quando la temperatura scende a 0°C, il ferro si magnetizza quando la temperatura scende oltre una soglia critica, una reazione di fissione nucleare è innescata quando le barre di cadmio sono estratte oltre una certa misura fuori dall'uranio arricchito. Altrettanti sono gli esempi in cui non è rintracciabile - o rintracciato - un parametro esterno regolatore: le placche terrestri sono organizzate nello stato critico come dimostrano i fenomeni sismici, un mucchio di riso su cui vengono fatti cadere altri chicchi raggiunge una condizione di criticità oltre la quale un solo chicco aggiuntivo può innesacare una valanga a seconda del punto esatto su cui cade.
L'ubiquità delle leggi della potenza in questi sistemi ha fatto trarre delle conclusioni affrettate, seppure condivise in alcuni settori della comunità scientifica, anche tra i fisici più illuminati protagonisti delle ricerche più significative nel campo delle reti complesse:

[...] le leggi della potenza non sono un modo come un altro per definire il comportamento di un sistema. Sono l'autentico marchio di fabbrica dell'autorganizzazione nei sistemi complessi.

A-L.Barabasi - Link


Si esprimono con maggiore precisione invece altri scienziati dello stesso calibro:

Il fatto è che le leggi di potenza sono l'indizio della possibile presenza di un sistema che si sta autorganizzando. Emergono in corrispondenza delle transizioni di fase, quando un sistema si trova sull'orlo del precipizio, in bilico fra l'ordine e il caos. Emergono nei frattali, quando una parte arbitrariamente piccola di una figura complessa è un microcosmo che riproduce il tutto. Emergono nelle statistiche dei pericoli naturali - valanghe e terremoti, inondazioni e incendi di foreste - le cui dimensioni variano in modo così irregolare da un caso all'altro che un valore medio non può fornire un'indicazione adeguata della distribuzione globale. Ma a dispetto di vent'anni di intensi sforzi, l'origine delle leggi di potenza rimane controversa.
[...] Esistono almeno sette meccanismi fisici distinti che possono generare leggi di potenza. In questo senso l'osservazione sperimentale di una legge di potenza non è, di per sé, una verifica convincente di ogni teoria che predice l'esistenza di una legge di potenza.

Steven Strogatz - Sincronia.


L'ubiquità delle leggi di potenza, celebrata nel volume Ubiquità di Mark Buchanan, non è sempre riconducibile al meccanismo della SOC (self-organized criticality), seppure lo possa essere in alcuni importanti casi.
Mark Buchanan tira in ballo la contingenza storica come meccanismo di base per le comprensione degli stati instabili:

La storia è il frutto non di pochi, bensì di infiniti fattori. Per capirne la possibilità dinamica, occorre quindi ricorrere alla scienza storica dei sistemi in cui interagiscono molti elementi indipendenti. E' questo il campo della fisica statistica del non equilibrio. [...] a compensare la carenza di ordine a livello di singoli eventi intervengono [...] le leggi della potenza [...] che mostrano come a monte di determinati eventi agisca in profondità un processo storico.

Mark Buchanan: Ubiquità.

Internet, il Web, ma anche gli ecosistemi, le cellule, sono sistemi complessi che originano da lenti e complicati processi di progettazione e ottmizzazione (i primi due) e di evoluzione (gli ultimi) che sono comprensibili solo se iscritti in un fitto intreccio di relazioni con i loro ambienti esterni, tanto da renderli a volte quasi indistinguibili da essi: è difficile, infatti, dire dove finisce un eco-sistema, ad esempio. Processi di progettazione ed evoluzione che hanno come scopo la robustezza e l'ottimizzazione nei confronti del proprio ambiente e di eventi incerti ma prevedibili, e che perdurano durante la vita del sistema.
Se, quindi, ci risulta ancora difficile comprendere le cause profonde della criticità auto-organizzata e delle sue universalità, la teoria dello stato HOT ci fornisce una spiegazione convincente del perchè insorgano, nei sistemi complessi ottimizzati ed evoluti, quelle condizioni peculiari strettamente legate alle leggi delle potenza (ipersensibilità a eventi rari, elevate performance in condizioni di progetto, resilienza nei confronti degli eventi previsti o nei confronti dei quali il sistema è evoluto). Se vogliamo, questo segna la demistificazione della teoria SOC.
Concludo segnalando questo ottimo articolo di Mark Newman pubblicato su Nature.

venerdì, maggio 02, 2008

Some like it HOT.


Crescita e aggregazione sono processi storici che, almeno nel caso di sistemi costituiti da molti elementi interagenti, spesso danno luogo a organizzazioni complesse caratterizzate da una legge della potenza della distribuzione degli eventi.
In un mio post precedente (criticità e crescita) ho scritto che lo stato critico è associato sempre ad una legge della potenza, in qualche modo la firma della complessità; ma non possiamo dire il viceversa: leggi della potenza possono essere generate anche in conseguenza di processi diversi da quelli che conducono allo stato critico, dei quali l'esempio più famoso è l'auto-organizzazione nello stato critico (self-organized criticality o SOC).
Un esempio di un processo di crescita ed aggregazione è quello della aggregazione limitata dalla diffusione (DLA), facile da osservare con un semplice esperimento domestico.
Un esempio classico di sistema organizzato nello stato critico è quello del mucchio di sabbia - o meglio di riso - in cui ci sono regioni di geometria frattale che se interessate dalla caduta di un granello danno luogo a frane: le aree di instabilità del mucchio sono frattali, in quanto tali auto-somiglianti e caratterizzate da leggi di potenza.
Entrambi questi esempi sono compatibili con il concetto di auto-organizzazione, ed entrambi manifestano una condizione di criticità - detta appunto stato critico - per cui diventa sensata l'idea di auto-organizzazione nello stato critico. Secondo questa idea sono le stesse proprietà interne del sistema a lasciare emergere spontaneamente, e indipendentemente dall'ambiente circostante, lo stato critico. Detto in altre parole, lo stato critico è un attrattore della dinamica del sistema. Le sole interazioni locali lasciano emergere spontaneamente un'organizzazione globale senza l'influsso di agenti esterni: questo è, probabilmente, il concetto al cuore della SOC.

Tuttavia le leggi di potenza sono state osservate anche in sistemi complessi in cui la crescita e l'aggregazione hanno un ruolo molto meno evidente, ovvero non ne hanno affatto.
Un esempio ormai classico, e forse anche il più studiato, è quello di Internet in quanto sistema complesso, con una serie di corollari che vanno dalle proprietà del traffico dati alla topologia delle pagine Web.
L'associazione tra le leggi di potenza estensivamente osservate in Internet e derivati (Web, traffico) ed il supposto stato critico manifesta delle incongruenze: in primis Internet non può essere spiegata semplicemente in termini di un processo di crescita e aggregazione essendo anche il frutto di uno sviluppo tecnologico ed ingegneristico che non possiamo liquidare come semplicemente spontaneo, alla stregua di un processo DLA; in secundis è discutibile che Internet (o uno dei suoi "derivati") si trovi nello stato critico, nonostante l'abbondante esibizione di leggi di potenza.
Sembra più convincente la spiegazione legata ai processi di progettazione ed ottimizzazione che generano lo stato HOT (highly optimized tolerance) come alternativa allo stato SOC.
Esso è il risultato di processi di progettazione, ingegnerizzazione o evoluzione che predispongono un sistema in modo che esso sia ottimizzato per operare o sopravvivere nel suo ambiente e sia robusto nei confronti delle incertezze attese.
Le caratteristiche che identificano lo stato HOT sono:
  1. alta efficienza, performance, robustezza nei confronti delle incertezze verso le quali il sistema è ottimizzato;
  2. ipersensibilità verso i difetti progettuali e verso le perturbazioni inaspettate;
  3. configurazioni strutturate, non generiche, specializzate;
  4. leggi della potenza.
La sola il comune con lo stato SOC è la presenza di leggi della potenza. Diversamente dagli stati SOC, gli stati HOT esistono anche oltre il punto critico, e hanno rendimenti migliori dei loro corrispondenti stati SOC: tutto questo è spiegato nell'articolo seminale di Carlson e Doyle pubblicato qui.

La teoria Highly Optimized Tolerance fornisce una risposta convincente alle domandae fondamentali: perchè emergono le leggi della potenza, e perchè nei sistemi complessi si riscontra frequentemente la predisposizione agli sconvolgimenti in corrispondenza di eventi apparentemente piccoli:
  • si può dimostrare con esempi matematici come un processo di ottimizzazione spinta avente per obiettivo la robustezza di un sistema verso incertezze attese o prevedibili dia luogo alla formazione di leggi di potenza;
  • questi sistemi esibiscono una ipersensibilità verso eventi non previsti in fase di progettazione (nel caso di sistemi ingegnerizzati) o ignorati nel processo evolutivo perchè troppo rari (nel caso di sistemi biologici o evolutivi).

venerdì, aprile 18, 2008

Criticità e crescita.


Seppure oggetto di approfondite riflessioni, la criticità auto-organizzata con il suo manifestarsi dello stato critico in parecchi sistemi anche assai diversi tra loro non trova un'enunciazione che fornisca una spiegazione nè del motivo per cui i sistemi si auto-organizzano nello stato critico, nè dei nessi causa-effetto per cui ad eventi simili corrispondono effetti totalmente dissimili (es. il granello di sabbia che innesca una frana).
Penso di avere posto l'interrogativo in maniera chiara in un post precedente.


Per quanto riguarda il primo quesito (perchè tanti sistemi sono organizzati nello stato critico) possiamo provare a mettere insieme i pezzi del puzzle che abbiamo a questo punto disposto disordinatamente sul tavolo.

Deduciamo la presenza dello stato critico da due cose:
  • osservazione di fenomeni (fenomenologia): ad es. notiamo che un certo granello di riso fa franare il mucchio, mentre un altro no.
  • registrando e misurando le nostre osservazioni (analisi statistica) ci accorgiamo della presenza di una coda lunga nella distribuzione degli eventi, ovvero di una legge di potenza.

Ma le leggi della potenza hanno un'associazione stretta con le reti complesse di tipo aristocratico, ovvero con quelle reti in cui la connettività è dominata dalla presenza di rari Hub iperconnessi: nel senso che laddove vi è una rete complessa di questo tipo vi è anche una distribuzione con il profilo di una legge di potenza. Affermare anche il viceversa non mi è concesso. Questa associazione mi permette di dire, o almeno ipotizzare, che lo stato critico di un sistema è legato alla presenza di una rete di elementi interagenti in cui la topologia delle relazioni rispecchia una rete complessa di tipo aristocratico: essa rappresenta anche il più diffuso modello di rete risultante da un processo di crescita o aggregazione di elementi, e spiega molte proprietà dell'organizzazione collettiva che ne risulta.

La mia breve riflessione mi porta a rispondere a quella prima domanda in questo modo: lo stato critico si manifesta in quelle organizzazioni frutto di un processo di crescita o aggregazione, e che si possono ricondurre ad una rete di elementi interagenti. Il fatto che questo processo di crescita o aggregazione conduca ad uno stato critico ci fa parlare di auto-organizzazione nello stato critico: in questo senso il sistema si auto-organizza; l'auto-organizzazione nello stato critico non è altro che l'effetto che noi osserviamo di un processo storico di crescita. L'elemento storico consiste nella constatazione che la contingenza e l'accidentalità giocano un ruolo determinante nel processo di crescita, giacchè la variazione di un parametro organizzativo del sistema in crescita porterebbe a risultati diversi fin nei dettagli da quelli che avrebbero potuto essere.

La seconda domanda è più semplice: il perchè effetti diversi conseguono da eventi apparentemente simili risiede nell'instabilità del sistema organizzato nello stato critico. Se si riuscisse a costruire l'albero delle conseguenze di una coppia di eventi comunque scelti (quindi anche assai simili o vicini) tra quelli individuabili per il sistema, si osserverebbe che è sempre possibile trovare due eventi simili che producono risultati assai diversi tra loro. La struttura di questi alberi percorre la rete organizzativa del sistema in modi assai dissimili, ricostruibili soltanto sulla base delle relazioni fisiche esistenti tra gli elementi e delle contingenze storiche cristallizzate nella rete organizzativa. (Una nota a margine: seppure questo concetto non ha niente a che vedere con il caos deterministico propriamente detto, tuttavia non possiamo non notare l'affinità tra questa proprietà dello stato critico e la divergenza delle traiettorie di un sistema caotico.)
Ultima osservazione: un sistema organizzato nello stato critico è un sistema in cui il processo di crescita (da intendersi come trasformazione) non è ancora terminato. Infatti il termine del processo implica, per il sistema, uno stato in cui non si verificano più variazioni, o perchè è finita la sua storia (es. morte del sistema) oppure perchè ha raggiunto una condizione di stabilità: in entrambi i casi in un tale stato la criticità è venuta meno, e quindi il sistema non è più nello stato critico.
Non pretendo di avere dato una risposta esaustiva: mi pare almeno una "pista" lungo cui procedere con le indagini.

domenica, marzo 30, 2008

Frattali fluviali e il dilemma geometrico.


Resteremmo molto sorpresi se, lanciando il contenuto di un pacchetto di fiammiferi in aria, questi ricadendo sul pavimento formassero la figura di un triangolo ad ogni lancio. Altrettanto stupiti saremmo se ogni volta che rovesciamo un barattolo di zucchero sul tavolo questo si disponesse a formare un cerchio, oppure un'ellisse.
Naturalmente non ci accadrà mai di assistere ad un simile fenomeno, anche se sul piano probabilistico non si potrebbe escludere che accada.
Ma immaginiamo che dovesse accadere qualcosa del genere tutte le volte che ripetiamo l'esperimento, che sia il lancio dei fiammiferi o il rovesciamento dello zucchero da un barattolo.
Assistendo al ripetersi sistematico del fenomeno, concluderemmo necessariamente che vi è un sistema di leggi fisiche misteriose che sovrintende a quegli eventi. In un siffatto Universo dove accadono queste cose bizzarre, un giorno potrebbe nascere lo studioso di turno che giunge a formulare le leggi fisiche del moto peculiare dei fiammiferi o dei grani di zucchero, e tali leggi spiegherebbero il disporsi così regolare delle parti dopo la caduta.
Il punto che voglio mettere in luce sta qui: se lo zucchero rovesciato si dispone a caso ogni volta, allora nulla questio: le leggi classiche della fisica ci bastano. Lo stesso se i fiammiferi si sparpagliano sul pavimento nei modi più vari ogni volta che ci viene lo schiribizzo di fargli fare un volo. Se invece, lo zucchero o i fiammiferi, assumono cadendo una forma ordinata, regolare, come la familiare geometria di un cerchio o di un triangolo, allora le leggi fisiche note non ci possono più essere sufficienti, ma dobbiamo cercare una spiegazione ulteriore, dato che vi è necessariamente un processo fisico sconosciuto che governa questo continuo disporsi delle cose. Ciò anche se il cerchio ed il triangolo avessero di volta in volta dimensioni diverse: un cerchio più ampio una volta, più piccolo un'altra, un triangolo isoscele una volta, scaleno quella dopo.
Questo perché le forme geometriche hanno delle proprietà specifiche che il nostro occhio e il nostro cervello non mancano di riconoscere. Un cerchio è tale perché ciascun punto della circonferenza ha la medesima distanza dal centro. Un triangolo è quel luogo geometrico individuato da tre segmenti di retta che congiungono tre punti di un piano non allineati. Il fatto stesso di aver potuto descrivere queste figure geometriche con poche parole che ne definiscono le proprietà in modo completo, permettendo di riprodurne ad inifinitum, ci permette di affermarne il loro grado di complessità o, se vogliamo, di semplicità, col significato attribuito da Chaitin alla complessità computazionale. Avremmo probabilmente bisogno di pagine e pagine per poter spiegare in che modo si dispongono i fiammiferi al suolo dopo ogni volo - nella teoria di Chaitin questo vorrebbe dire che il processo è (almeno tendenzialmente) casuale.
Ma lasciamo da parte Chaitin, che mi è servito solo per stressare ulteriormente il fatto che una determinata figura geometrica è un oggetto concettuale le cui proprietà sono facilmente individuabili in termini di relazioni tra le parti e tra queste ed il tutto.
Passiamo invece ad osservare i sistemi fluviali reali: a partire dagli ultimi anni '80 si è constatato che quelli che apparentemente sembrano grovigli di effluenti e affluenti ramificati in forme complessissime, rispecchiano una morfologia frattale: un frattale è un oggetto in cui si possono individuare specifiche proprietà che mettono in rapporto le parti tra loro e le parti con il tutto. E' quindi a tutti gli effetti un oggetto geometrico al pari del cerchio e del triangolo, per quanto i frattali siano stati scoperti molto più recentemente.
In termini statistici, possiamo dire che una rete fluviale è tipicamente caratterizzata da una legge della potenza che stabilisce le relazioni tra il numero di segmenti fluviali che attingono acqua da un bacino di 10, 20, 30 km quadrati e via crescendo: al raddoppiare delle dimensioni del bacino idrologico di riferimento, il numero di segmenti di rete fluviale diminuisce di un fattore sempre costante. Si veda questa recente pubblicazione per dettagli e referenze. Queste proprietà sono state evidenziate in molti grandi reti fluviali del pianeta, tanto da poter stabilire che questa è una proprietà di questi sistemi.
La formazione di una rete fluviale è un processo ininterrotto che subisce l'influenza di un gran numero di fattori, dalla erosione delle rocce, alla orografia del territorio, alla permeabilità degli strati geologici, alle dinamiche meteorologiche locali e regionali, solo per citarne alcuni: un processo talmente articolato e con talmente tante variabili che mi fa venire in mente il lancio dei fiammiferi o il rovesciamento dello zucchero.
Eppure ogni rete fluviale che si forma ha le stesse caratteristiche geometriche: proprietà queste che evidentemente le sole leggi geofisiche non bastano a spiegare. Geometrie frattali sono state riscontrate in molti altri fenomeni o processi naturali oltre ai sistemi fluviali: segnalo qui una rassegna celebre, quella di Mandelbrot.

domenica, marzo 16, 2008

Le reti oltre il caos.


Il problema dei tre corpi è un classico della fisica: lungamente insoluto, attirò anche l'attenzione di Henri Poincarè nel secolo XIX. Non può essere risolto utilizzando le leggi di Newton, dato che quel sistema di equazioni non è integrabile per questo problema, e già il geniale francese rintracciò nella dinamica dei tre corpi i segni premonitori del caos deterministico.
Generalizzando al caso degli n-corpi, ci troviamo davanti ad un problema non risolvibile analiticamente, certamente caratterizzato da dinamiche non-lineari e fortemente sensibili alle condizioni iniziali. Se ci mettessimo alla ricerca di un modello fisico che segnasse l'anello di congiunzione tra i sistemi non-lineari "semplici" con comportamento caotico, e sistemi aggregati o collettivi costituiti da un gran numero di dinamiche che si influenzano reciprocamente, questo potrebbe essere rappresentato dal problema degli n-corpi.
Il nostro mondo è denso di fenomeni che si possono comprendere se li riconduciamo nel contesto di un sistema a molti componenti interagenti. Di più, l'interazione tra elementi semplici deve essere cercata per studiare fenomeni non comprensibili se valutati con un ottica riduzionistica.
La rete delle interazioni tra componenti considerata su diverse scale è la chiave per comprendere la complessità del mondo che ci circonda, specialmente laddove osserviamo mutamenti inspiegabili, repentini e drastici, tali da stravolgere senza apparente spiegazione la realtà intorno a noi - quei cambiamenti, insomma, per i quali spesso abbiamo necessità di tirare in ballo il concetto di caso.
"In fenomeni che prevedono l'interazione di migliaia o milioni di elementi, l'importante sono l'organizzazione e il comportamento collettivi, per comprendere i quali occorre una teoria generalmente valida per le reti di elementi interagenti.
[...] Il caos, di per sé, non spiega perché una farfalla possa provocare un temporale; spiega invece perché una causa di minima entità possa, in breve tempo, rendere il futuro diverso nei dettagli (es. la posizione di molte molecole) da quello che sarebbe potuto essere. [...] In poche parole, è lecito affermare che, sebbene spieghi la semplice imprevedibilità, il caos non spiega la predisposizione agli sconvolgimenti."
(Mark Buchanan - Ubiquità.)
Il modello delle reti di elementi interagenti è lo strumento concettuale appropriato per descrivere la realtà e studiarne la complessità sotto molteplici punti di vista e negli ambiti più disparati.

domenica, marzo 02, 2008

La criticità nell'acqua e lo Stato Critico.


I diagrammi di fase dell'acqua descrivono il comportamento di un aggregato di un gran numero di molecole al variare di temperatura, pressione, volume. Regolando una sola di queste grandezze possiamo assistere al repentino cambiamento dell'intero aggregato, che muta improvvisamente stato. Ciò che un attimo prima sembrava essere stabilmente liquido tutto d'un tratto diventa vapore, oppure ghiaccio.
La transizione di fase avviene senza essere preceduta da prodromi: immediatamente prima e immediatamente dopo il punto di transizione niente lascia pensare di trovarsi sull'orlo di un cambiamento catastrofico. Tale punto critico costituisce uno stato instabile e di non-equilibrio per l'aggregato, una condizione davvero singolare in cui l'acqua non viene a trovarsi spontaneamente, ma soltanto al presentarsi di condizioni ambientali esterne particolari (temperatura, pressione o volume critici).
Di suo, l'acqua non permane in nessuno dei suoi stati critici, data la grandissima instabilità di questi: perciò la osserviamo comunemente in uno dei suoi stati stabili: liquido, vapore, ghiaccio.
Lo Stato Critico è invece una condizione spontanea per molti sistemi-aggregati del mondo reale, tanto frequente da avere caratteristiche di ubiquità.
Diversi sono infatti i sistemi per i quali lo Stato Critico costituisce un attrattore della loro dinamica, ed essi vi pervengono spontaneamente senza la necessità di una regolazione esterna.
Questa condizione è più tipica di quanto si immaginasse per la classe di sistemi che si trovano in uno stato lontano dall'equilibrio termodinamico, cioè per la maggioranza dei sistemi in natura. Ecco perché ci interessa tanto: siamo abituati a pensare a condizioni "critiche" come evenienze singolari e rare, mentre invece esse sono presenti ovunque, e curiosamente si manifestano con sospetta frequenza in quei sistemi che danno luogo a fenomeni di difficile comprensione per la scienza classica e tradizionale: nei territori della complessità.

giovedì, febbraio 28, 2008

Riflessioni su traffico e autoorganizzazione.


Prendiamo ad esempio l'uomo. Nei suoi gesti quotidiani più elementari (dormire, mangiare, camminare, difendersi dalle malattie, etc.) l'uomo mette in atto un numero enorme di meccanismi di controllo e adattativi. Se ciascuno di essi coinvolgesse direttamente il cervello, questo organo sarebbe probabilmente inacapace di gestire un tale carico di lavoro, e la nostra "mente" sarebbe schiacciata da un tale onere.
Invece la gran parte delle attività biologiche e metaboliche sono svolte da meccanismi che non si realizzano ad un livello consapevole, ma ad uno molto più in basso: essi sono il frutto della storia evolutiva dell'uomo, vale a dire che si sono formati attraverso il percorso evolutivo, probabilmente quando ancora la specie "homo" non si era neanche caratterizzata come la riconosciamo oggi.
Questi meccanismi sono, in misura diversa, espressione della "auto-organizzazione" dei sottosistemi che si possono individuare - almeno sul piano concettuale - nella nostra specie.
Si possono trarre spunti per ri-pensare, o pensare in modo nuovo, l'organizzazione delle società e delle città in cui viviamo, anch'esse supersistemi organizzativi costituiti da sistemi più semplici interconnessi in modo complesso. Occorrerebbe lasciare che l'autoorganizzazione si manifesti, senza che sia richiesta la gestione centralizzato da parte di sottosistemi o entità singole artificialmente preposte al controllo.
Penso, ad esempio, al traffico veicolare che costituisce ormai un problema cronico delle nostre città. Inserendo opportunamente un elemento di conoscenza, su scala individuale, riguardo la situazione reale del traffico, si potrebbe indurre il l'auto-organizzazione del traffico facendo sì che i singoli automobilisti utilizzino in modo più efficiente la rete stradale, sia sul piano spaziale (sfruttando percorsi alternativi) sia su quello temporale (distribuendosi più equamente nel tempo).
Nell'era della navigazione satellitare, degli stimatori non-lineari e dell'infomobilità tutto questo oggi appare possibile: basti pensare alle tecniche Floating Car Data in studio da diversi anni.

mercoledì, dicembre 27, 2006

Il codice genetico dei sistemi viventi: perchè non siamo alla fine della storia.


I grandi risultati della biologia molecolare, a cui spesso ci si riferisce parlando di decifrazione del codice genetico, ci hanno fatto pensare che le sequenze di geni nel DNA siano una sorta di computer biochimico che esegue un programma genetico. Tuttavia, recenti ricerche hanno dimostrato con evidenza sempre maggiore che una simile concezione è affatto sbagliata. In realtà essa è altrettanto inadeguata quanto lo è la metafora del cervello come computer che elabora l'informazione. L'insieme completo dei geni di un organismo, cioè il suo genoma, forma un'enorme rete interconnessa, ricca di anelli di retroazione, in cui i geni regolano reciprocamente le proprie azioni in modo diretto o indiretto.
Fritjof Capra - La rete della vita.