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mercoledì, gennaio 07, 2009

Sensazionalismi galattici.


Sono insofferente al sensazionalismo mediatico, alle notizie condensate in poche righe (headline noise più che news) che, se non altro per mancanza di spazio, travisano i fatti di cui dovrebbero informare.
Tanto meno soffro queste cose quando le notizie in questione riguardano i risultati della ricerca scientifica e vengono condite di effetti speciali da seconda visione per impressionare i lettori. E non si venga a incolpare il volgo ignorante che non è sufficientemente preparato da cogliere l'evidenza che si cela tra le righe, quando anche le maggiori testate nazionali (una per tutti) pubblicano sulle rubriche scientifiche titoli che annunciano che la fine della nostra galassia è certa ed è stata calcolata con precisione dagli scienziati di centri di ricerca di evidente rilievo mondiale.
Così infatti è stata sensazionalizzata la press release dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics riguardo la notizia del recente risultato di studi e misure che ha permesso di valutare con precisione la velocità della Via Lattea e la sua massa totale, rendendola più simile sotto questi aspetti alla galassia a noi più prossima, Andromeda.
Il comunicato stampa non manca di rilevare che una maggiore massa implica un maggiore campo gravitazionale, e che questa circostanza aumenta le probabilità che le due galassie citate possano finire per collidere. Ma la vera notizia esposta è quella della maggior precisione delle misure dirette delle grandezze significative effettuata attraverso il sistema VLBA, dovuta a tecniche e metodi perfezionati rispetto a quelli utilizzati precedentemente in questo ambito.
Non vi è traccia nel comunicato del Centro per l'Astrofisica del Massachusets del codazzo di visioni fantascientifiche che partono da catastrofici sconvolgimenti tettonici nel nostro pianeta e terminano con epiche colonizzazioni spaziali alla Asimov. si è cercato di spacciare per previsioni quelli che possono essere soltanto scenari probabilistici, seppure possibili.
Chi si occupa di giornalismo scientifico farebbe meglio a spiegare qualcosa in più riguardo alle capacità previsionali dei modelli che vengono utilizzati per rappresentare sistemi non lineari. Ci siamo dimenticati che Poincarè ci ha già dimostrato l'impredicibilità del problema dei tre corpi? E qui si parla di galassie, dove di corpi ce ne sono qualcosa in più di tre. Per non dire del sistema solare, il cui comportamento caotico è stato già osservato: il noto effetto del caos deterministico sugli errori di previsione a causa dell'incertezza iniziale che cresce esponenzialmente col tempo, dovrebbe infondere più cautela perfino sulle previsioni del moto dei pianeti a noi più vicini sul medio e lungo termine, figuriamoci delle interazioni tra galassie.
Una citazione, per concludere:

Il comportamento di un sistema composto di numerose equazioni non lineari, contenenti vari parametri, in generale è imprevedibile a priori [...]. l'eventuale presenza di caos nella dinamica evolutiva dei modelli matematici costruiti sotto forma di sistemi dinamici, è un ulteriore elemento che priva i modelli del valore di metodi per la previsione in senso stretto del futuro. [...] le stesse caratteristiche caotiche della dinamica, cui i modelli a volte danno origine, rendono la previsione del futuro un'idea del tutto priva di senso.
C.S. Bertuglia, F. Vaio - Non linearità, caos, complessità.

domenica, ottobre 12, 2008

Reti Sociali e P2P: il principio da difendere.


Ancora una sconfitta per le major della musica nella loro crociata per la santificazione del copyright: una trentenne americana disoccupata ha vinto la causa che la vedeva incriminata per lo scambio di file protetti da copyright tramite applicazioni peer to peer.
Qualche giorno prima era arrivata anche la decisione del tribunale del riesame di Bergamo di rimuovere il sequestro preventivo del sito The Pirate Bay (come se un server in Svezia possa essere sequestrato in Italia - perdonatemi la semplificazione, sono sicuro che tutti sappiamo di che si parla).
Queste sono le notizie che arrivano dal fronte della guerra santa tra le major discografiche e il resto del mondo, che si combatte sul filo del peer-to-peer, questa idra dalle molte teste che non lascia dormire gli avvocati dei grandi editori musicali.
Eppure noi sappiamo che la comunicazione peer to peer è in fondo un modello molto semplice per lo scambio di dati all'interno di una rete sociale.
Il Social Networking, infatti, non è soltanto la pratica di costruire dei grafi on-line in cui noi stessi diventiamo il link che mette in relazione diretta i profili virtuali dei nostri contatti, come accade con LinkedIn, Facebook, Plaxo Pulse e via cantando. E' la possibilità di tenersi in contatto e comunicare con persone con cui si condividono interessi e passioni.
Con l'avvento del Web prima, e delle nuove tecniche e funzionalità telematiche che vanno sotto il nome generico di Web 2.0 poi, ci si è offerta la possibilità di allargare la nostra cerchia di conoscenze e (perché no?) amicizie anche al di là delle possibilità offerte dalle frequentazioni della realtà quotidiana. Questo non vuol dire che ci teniamo in contatto con entità virtuali, ma persone vere e proprie in carne e ossa, tanto è vero che nelle reti sociali diventano importanti qualità come la reputazione.
E il peer to peer è il modello di comunicazione che meglio si adatta a questo tipo di realtà: se prima potevo soltanto invitare i miei amici a casa per condividere con loro la musica che mi piaceva ascoltando lo stereo, oggi posso farlo trasmettendo i brani che preferisco su quella radio privata wired che è il mio network sociale. Questo è il punto cruciale del discorso, ed il principio da difendere.
Da Shannon e Nyquist in poi, l'informazione analogica di qualunque natura è stata ridotta alla sua componente fondamentale: sequenze di bit. E come tale è diventata suscettibile di archiviazione, di riproduzione e di trasmissione. Il fatto che non sia possibile comunicare un brano impedendone l'archiviazione è una realtà fisica, un principio primo come l'indeterminazione di Heisenberg. Ciò che si può comunicare o riprodurre si può anche archiviare nell'era dell'informazione, e viceversa. Rompere questa relazione è come andare alla ricerca del moto perpetuo, come violare il secondo principio della termodinamica, oppure - per meglio rendere il fanatismo delle grandi case discografiche - come inseguire il Santo Graal.
L'interesse privato delle major non deve soverchiare il diritto privato del singolo cittadino, e delle comunità sociali di cui esso partecipa.
In un recente lavoro sull'Ipotesi dell'Intelligenza Sociale nell'evoluzione dell'uomo, il ricercatore e filosofo australiano Kim Sterelny ha osservato:
L'idea di base è che il grado di sofisticazione dell'intelligenza dei primati è il risultato della risposta adattativa alla complessità dell'ambiente sociale in cui i primati agiscono.
[...] La retroazione tra capacità individuale e complessità sociale fa dell'intelligenza sociale l'ipotesi della costruzione di una nicchia: l'evoluzione della cognizione umana dipende da contingenze ambientali che sono state generate dagli uomini stessi.
[...] E' la combinazione delle crescenti necessità di informazioni dell'attività di estrazione di risorse e la crescente complessità degli ambienti sociali che guida l'evoluzione degli ultimi ominidi.

Nella nostra società complessa e (iper?)-connessa la comunicazione è fondamentale per la vita sociale di ciascuno di noi: la sua moderna amplificazione è una conseguenza dei tempi, non un'aberrazione criminale e pirata, anche laddove questa comunicazione passa per la riproduzione di un brano o di un video che giudichiamo ci rappresentino. Video, brani, testi devono essere visti come metafore virtuali e multimediali del nostro io che vogliamo e dobbiamo comunicare agli altri per rappresentare noi stessi, e che possono essere ri-elaborati, re-mixati, mescolati, campionati da noi per consentire la nostra libera espressione: quindi si anche ai mesh-up.
Altrimenti ci dovremmo rassegnare ad essere soltanto i ricettori passivi di un'informazione generata come sotto-prodotto del profitto, e diffusa nelle nostre teste in ogni momento dalla pubblicità contenuta nei tanti mass-media.

domenica, luglio 27, 2008

Le reti del potere.


I modelli individuati nello studio delle reti complesse sono serviti anche a dare una spiegazione di alcune dinamiche sociali.
Uno studio della University of Michigan Business School di qualche anno fa ha messo in luce la struttura di piccolo mondo nella rete di relazioni tra i dirigenti che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi corporate americane: è come dire che questi personaggi, che influiscono più o meno direttamente nell'andamento dell'economia statunitense, partecipano in una rete relazionale in cui con poche strette di mano si può raggiungere uno qualunque degli importanti decision maker della elìte di manager della crema del mondo economico e finanziario a stelle e strisce.
Davis e altri hanno dimostrato che i legami interni a tale rete influiscono parecchio sulla comunità economico-finanziaria. Per esempio le aziende nei cui consigli di amministrazione siedono numerosi funzionari di istituti bancari prendono più spesso in prestito il denaro, e questo fa pensare che il legame con i banchieri influenzi le loro decisioni. In genere le relazioni interaziendali servono a diffondere le informazioni, rendere omologo l'atteggiamento dei vari consigli di amministrazione, permettere all'industria di intuire quanto accade nei diversi settori dell'economia.
Mark Buchanan - Nexus.
Lasciata a sé stante, il sistema delle relazioni tra i consigli di amministrazione assumerà sempre una struttura di piccolo mondo.
Va da sé che quanto è risultato evidente nel mondo della finanza e dell'industria americano ha validità anche in altre organizzazioni.
Nessuno ha mai compiuto, che io sappia, un analogo studio riguardo le relazioni che sussistono tra gli uomini che occupano i luoghi del potere politico, ma non mi sembra azzardato affermare che la rete di connessioni anche in quel caso ha una natura dello stesso genere, small world con pochi passaggi tra due qualunque personaggi politici.
Infatti ciascun uomo politico è un nodo di una rete di relazioni, che si estende verso le segreterie dei partiti amici ma anche di quelli avversari, verso le istituzioni e gli uomini degli apparati statali, verso i circoli territoriali e i politici che mobilitano localmente gli elettori, verso le testate giornalistiche e le direzioni dei telegiornali, verso i think tank che alimentano il dibattito politico intellettuale, verso le unioni dei lavoratori e i sindacati, verso le confederazioni economiche, gli istituti finanziari, e chi più ne ha più ne metta. Nel corso della propria carriera politica ognuno di questi personaggi compie sforzi per acquisire un maggiore numero di legami, di connessioni: segue cioè lo stesso meccanismo di crescita che Barabasi ha riscontrato alla base della formazione degli hub. In ultima analisi, un politico influente è un hub di questa rete complessa, con un elevato o elevatissimo grado di connessioni.
La teoria delle reti complesse di tipo aristocratico - quella di Barabasi appunto - offre un'efficace rappresentazione ai possibili scenari politici di una società umana.
Una rete con un solo hub, unico e iperconnesso, è certamente ancora una rete piccolo mondo: essa può rappresentare la rete delle relazioni tra un dittatore o un re ed i propri sudditi.
Una rete con un hub che raccoglie una diversità di hub più piccoli che a loro volta raccolgono dei sudditi, può rappresentare una monarchia in cui si sia formata una classe di nobili feudatari ad esempio.
Un numero limitato di hub iperconnessi, seguito da un numero maggiore di hub con un inferiore grado di connettività, e giù fino ad un enorme numero di individui (gli elettori anonimi) con poche connessioni, potrebbe essere una rappresentazione di un'evoluta democrazia occidentale, opulenta e corrotta, come l'Italia (tanto per fare un esempio).
Ho già osservato in passato che una società del genere può difficilmente evolvere spontaneamente verso un maggiore grado di eguaglianza: il sistema degli hub iperconnessi presenta una certa resilienza, per cui nel caso della scomparsa di uno di essi (ovvero della formazione di un vuoto di potere) un nuovo hub ne prenderebbe il posto: sia esso uno dei giganti iperconnessi già esistenti, oppure la promozione di uno degli hub immediatamente più in basso nella scala della connettività.
Una società del genere è naturalmente ancora una democrazia, in cui gli incarichi politici sono passati da un hub ad un altro, ed in cui gli esponenti politici affermati possono ancora cadere in disgrazia e scomparire dalla scena. Ma, come nel caso della rete dei consiglieri di amministrazione delle grandi corporate americane, una organizzazione siffatta tende a rendere omologo l'atteggiamento degli hub ed a limitare e condizionare l'affiorare di nuovi hub - e questo certamente dovrebbe farci riflettere.
La semplicità asettica del modello di rete aristocratico di Barabasi ha una grossa base scientifica per quanto riguarda l'organizzazione di molti sistemi complessi che sono stati oggetti di studio scientifico. L'estensione di questo concetto alla organizzazione politica della nostra società occidentale è un'estrapolazione personale, di cui non penso che esista una dimostrazione scientifica: se ne trovate una, come al solito, vi prego di segnalarmela.
Ciononostante, leggendo queste cose, penso che a più d'uno sia venuto in mente il parallelo nei termini in cui lo ho condotto io.
Ma se l'organizzazione di piccolo mondo è un requisito probabilmente imprescindibile di una società, non lo è la topologia aristocratica di Barabasi. Ci vengono in soccorso le reti di Watts-Strogatz, piccoli mondi con topologie più egualitarie, dove gli hub non dominano incontrastati. Esse si possono formare durante il processo di crescita continua di una rete aristocratica quando intervenga un meccanismo di limitazione della crescita:

Le reti piccolo mondo di tipo egualitario [...] sono molto più che mere curiosità matematiche. Come le reti aristocratiche di Internet o del World Wide Web, si formano attraverso un semplice processo storico di crescita. Ogniqualvolta intervengono costi o limiti che impediscono ai ricchi di arricchirsi ulteriormente, la rete piccolo mondo diventa più egualitaria [...].

Mark Buchanan - Nexus.

Allora il problema si risolve facilmente: dobbiamo solo mettere qualche limitazione alla "crescita" incontrollata del nostro corrotto sistema politico. Neanche a dirlo, introdurre limitazioni alla crescita matematicamente equivale a ridurre letteralmente la distanza tra hub ed elettori, ad avvicinare i luoghi del potere ai cittadini.

domenica, settembre 09, 2007

V-Day: la reazione dei nostri "politici".


"Atteggiamento di disinteresse verso la politica e di prevenuto giudizio negativo nei confronti delle istituzioni pubbliche."
Questa è la definizione che dà il Sabatini-Coletti del lemma qualunquismo. E a proposito di qualunquista recita:
"Chi mostra un atteggiamento pregiudizialmente e indistintamente polemico e critico nei confronti delle ideologie politiche e delle istituzioni pubbliche."
Per quale ragione, allora, molti esponenti della politica italiana si sono affrettati a liquidare come qualunquista il fenomeno V-Day organizzato da Beppe Grillo?
Proprio un forte interesse per la res-publica ha spinto i sostenitori della proposta di legge di iniziativa popolare a mettersi in fila per lasciare la propria firma: non di disinteresse si può accusare queste persone.
Allora forse l'indizio riscontrato è un prevenuto giudizio negativo nei confronti delle istituzioni. Ma qui non si è trattato di cattiva opinione delle istituzioni, bensì della loro difesa da una degenerazione della politica tutta italiana. Ed è una difesa che viene esercitata con tanto di proposta di legge, altro che scarso interesse. Verrebbe da pensare, a voler essere maligni, che l'iniziativa popolare sia considerata come indizio di qualunquismo...
Resta ancora l'atteggiamento pregiudizialmente e indistintamente polemico e critico nei confronti delle ideologie politiche e delle istituzioni pubbliche, di cui alla seconda definizione del dizionario. Ma "pregiudiziale" è aggettivo che si riferisce ad una fase che precede il giudizio nel pensiero umano: qui ciò che ha spinto tanta gente a riconoscersi nella denuncia di Grillo e che ha generato una tale affluenza di cittadini è un giudizio molto ben formato nella testa di queste persone, ed è un giudizio fortemente negativo nei confronti del sistema politico italiano. Non un preconcetto, ma un'opinione molto ben vagliata e altrettanto chiara.

Dove è stato ravvisato allora questo qualunquismo, col quale è stato bollato il fenomeno dell'otto settembre nelle piazze italiane? All'analisi del dizionario della lingua italiana l'aggettivo risulta inappropriato, ed il giudizio risulta falso. Di più: esso è anche offensivo.
Non c'è la minima traccia di qualunquismo nel V-Day. Assai sospetto è, invece, il giudizio dato dai politici - esso sì, pregiudiziale.
Un movimento di persone polimorfo, complesso, dinamico, non intercettabile con le solite sigle obsolete, non polarizzato dai soliti slogan usurati, non implotonato dietro le solite bandiere ed i consueti simboli della politica italiana, ma vivo e mutevole come il web da cui scaturisce, ha colto di sorpresa i professionisti della partitocrazia, incapaci di parlarne perfino la lingua, ma perfettamente in grado di comprenderne la pericolosità. A questo minaccioso mostro popolare destinato a tendere nuovi agguati ai loro sconsiderati privilegi bipartisan ed alla loro disgraziata autoreferenzialità, i nostri politici vogliono fare terra bruciata intorno: nell'impossibilità di affibbiare ad esso le solite etichette vetero-ideologiche di destra e sinistra, fascista e comunista, ecco che la condanna è affidata ad un aggettivo che insieme annienta il valore politico del nuovo movimento e offende le intelligenze di tanti: qualunquista. Questa è la categoria dentro cui si intende ridurre d'ora in avanti la battaglia contro il malcostume politico italiano.

giovedì, maggio 17, 2007

Considerazioni dopo il Family Day

Dico Sì, Dico no, Dico forse... Capiterà anche a voi di riconoscere parte della ragione e parte del torto su tutta la questione (dai Pacs in poi perlomeno) all'una e all'altra parte.Sarebbe curioso sapere: se avessero esplicitamente escluso le coppie omosessuali dal testo di legge, quanti avrebbero avuto un'opinione diversa sui Dico?Qualcuno ha fatto un sondaggio del genere? Se si segnalatemelo per favore perchè sono molto curioso.Molti avrebbero avuto poco da obiettare alla proposta sui diritti dei conviventi se fosse stata limitata alle coppie eterosessuali di fatto. Almeno questa è la mia impressione.Allora occorrerebbe trarne alcune conseguenti considerazioni. La questione dei Dico è stata mal posta - la società italiana, provocata dagli aspri dibattiti sui Pacs, non è pronta ad accettare una legge che pone sullo stesso piano le tradizionali coppie eterosessuali e le coppie formate da omosessuali. L'equiparazione sul testo di legge non è stata fatta a caso: appare evidente che l'intenzione di chi propone il provvedimento (e dei gruppi politici promotori) è quella di ottenere più diritti per gli omosessuali conviventi, "vestendo" l'iniziativa con una proposta di allargamento dei diritti per tutti i conviventi. Il risultato, abbastanza scontato, è stato quello di presentare la legge sui Dico come una specie di cavallo di Troia gay.Trovo personalmente inaccettabile che una questione certamente seria sia stata affrontata in questo modo, e mi chiedo quale altro risultato si aspettassero i promotori.Tuttavia, tra gli scontenti, leggo solo proteste verso la Chiesa o il bigottismo dei Cattolici, e nessun accenno di rimprovero verso il governo e la sua maggioranza per il modo maldestro con cui ha prima impostato il dibattito in Parlamento e poi trasferito in modo ancora più grottesco nelle piazze italiane.

giovedì, aprile 19, 2007

La necessità di un nuovo Umanesimo.


La rivoluzione scientifica è storicamente collocabile tra il XVI ed il XVII secolo, e sarà seguita dal "secolo dei lumi" - il XVIII - in cui la consacrazione del sapere scientifico è definitiva.
Oggi facciamo fatica a rappresentarci quanto deve essere stato intricato e laborioso il cammino delle idee che hanno portato al primato della scienza modernamente intesa sul complesso delle superstizioni, degli occultismi, degli ermetismi, degli alchimismi e delle magie del medioevo.
Sappiamo anche che, a tutti questi -ismi va sommato l'atteggiamento oscurantista e apertamente ostile della Chiesa cattolica, spesso degenerata in aperta e arbitraria violenza che non verrà mai sufficientemente condannata.
Mi pare, a volte, che nel nostro tempo si sia creata una situazione opposta ma ugualmente degenere: quella di una cieca fiducia verso qualunque informazione che venga anche semplicemente circondata da un'aura di scientificità.
Il rigore del metodo scientifico si è affermato lentamente contro un'antichissima concezione sacerdotale del sapere, e questa è indubitabilmente stata una delle principali conquiste nella storia dell'uomo.
Oggi, però, a volte mi pare che la fede nella magia e nel sovrannaturale, di cui ci si è faticosamente liberati, sia stata sostituita da un credito altrettanto fideistico verso qualunque asserzione che possa vantare una, seppure indiretta, relazione con la scienza.
Non secondario deve essere il ruolo della distorsione operata dai mezzi di comunicazione di massa.
La mia formazione è scientifica, quindi certo non intendo condannare i metodi scientifici o sminuirne le conquiste. Tuttavia spesso penso che l'ideale di "progresso", e di "progresso scientifico" in particolare, non deve condurre ad una società interamente protesa nello sforzo di realizzare tali "progressi", come se in quelle realizzazioni si esaurisse la ragione stessa di essere uomini.
Credo che ci sia bisogno oggi di un nuovo Umanesimo, che riporti l'uomo al centro della società e sostituisca la fede nello sviluppo con la fede nell'uomo, la ricerca del progresso con la ricerca della felicità e di una degna condizione umana. La scienza dovrebbe sempre essere strumentale a questa condizione. L'ideale di "progresso", con le sue ovvie declinazioni di "sviluppo" (scientifico, economico, etc) e di "crescita" devono essere rivisti alla luce di una nuova centralità dell'uomo.

lunedì, marzo 26, 2007

Una società egualitaria: un'utopia?


Si.
Tutte le volte che in una società umana si è aperto un vuoto di potere è stato colmato da qualche ente o persona quasi immediatamente. A voler trarre delle conclusioni, parrebbe che qualunque società umana si autorganizza per riempire il vuoto di potere. Il giacobinismo prima ed il comunismo poi hanno fatto dell'uguaglianza un messaggio rivoluzionario che ha profondamente trasformato le rispettive società, ma la disuguaglianza, l'ingiustizia, le differenze hanno puntualmente ripreso piede nelle nuove organizzazioni, solo trasformate nell'aspetto per riflettere le caratteristiche delle rinnovate società.
Queste rivoluzioni hanno trasformato la società per re-impiantare reti sociali ancora caratterizzate dalla presenza di "hub" di vario peso. Un "hub" è pur sempre un centro di potere.
Allora i centri del potere non possono rimanere disabitati, perchè la società stessa lo impedisce.

Se pensiamo la società come un'organismo dotato di propria consapevolezza, questo non ci stupisce: in qualunque organismo superiore esistono dei meccanismi che rimediano a situazioni altamente sfavorevoli per la sopravvivenza dell'organismo stesso. Si potrebbero citare centinaia di esempi tratti dal mondo vivente. Smantellato un "hub" pre-esistente per effetto di una rivoluzione, un nuovo "hub" compare per re-interpretare il ruolo del primo. Anzi, è verosimile che il nuovo "hub" fosse già esistente, e che la rivoluzione non sia altro che la manifestazione della lotta fra il nuovo arrivato ed il pre-esistente, tra il "sovversivo" ed il "conservatore".
La questione diventa allora indipendente dalla natura degli uomini, e dalle loro virtù e debolezze: i termini corretti del problema sono da ricercare nell'organizzazione dei sistemi complessi, dei sistemi "viventi", dei sistemi adattativi, delle popolazioni di individui cooperanti. Questi meccanismi potrebbero essere comuni a molte classi di questi sistemi, forse addirittura esistono caratteristiche universali, cui le società umane non possono sottrarsi neanche volendolo.

Se questo è vero, come penso, allora una società in cui tutti gli individui sono uguali è una pura utopia, e lo stato di totale uguaglianza dei membri è privo di qualunque utilità. Anzi è disutile e non auspicabile. Mentre auspicabile è comprendere appieno questi meccanismi, per trasferire questa conoscenza nei sistemi politici, in modo che essi si adattino alle caratteristiche "strutturali" delle società umane, a vantaggio della prosperità e del benessere degli individui.

mercoledì, aprile 05, 2006

Solare: perchè in Italia non se ne parla?


Da qualche mese (anche prima dei tagli di Gazprom) ci siamo svegliati con la sorpresa di una nuova crisi energetica, tanto più preoccupante in quanto alla già vertiginosa ascesa del prezzo del petrolio si è aggiunta la flessione della distribuzione di gas naturale ad opera della Russia.
Tanto è bastato per fare riemergere il dibattito sull'energia nucleare archiviato in Italia successivamente al referendum del 1987.
Personalmente, ho spesso pensato che la grande rinuncia del nostro paese nei confronti di una risorsa energetica alternativa alle fonti fossili sia stata fatta con superficialità e scarsa consapevolezza, ancorchè in piena libertà. Il referendum popolare ha espresso una posizione molto ampia in sfavore dello sfruttamento a fini civili della tecnologia nucleare, circa un anno dopo il terribile incidente di Chernobyl, quindi sicuramente sull'onda emotiva causata dalle notizie che venivano dalla Russia, dall'Ucraina e dalla Bielorussia.
Vent'anni dopo quei spaventosi fatti, sappiamo dal Chernobyl Forum (organizzazione istituita da IAEA, OMS, FAO e governi dei paesi maggiormente coinvolti dalle ricadute radioattive causate dall'incidente) che i morti effettivi da allora ad oggi sono 58, e che per ora non è stata registrata una variazioni significativa dell'incidenza di tumori attribuibili all'incidente, per quanto tale dato debba essere sicuramente rivisto nel tempo dal momento che il tempo di insorgenza di certe patologie tumorali legate alla esposizione a radioattività è di almeno 10-15 anni. Lo studio del Chernobyl Forum indica il numero di decessi possibili per effetto a lungo termine di tumori insorti a causa dell'inquinamento radioattivo in 4000 - 9000.
Non mi dilungo oltre sulle cifre e le considerazioni, sicuramente non sintetizzabili qui. Il rapporto è disponibile on line sul sito del IAEA.
Certo l'incidente di Chernobyl ha influenzato - e continuerà ad influenzare - negativamente l'opinione che ognuno di noi ha sulla possibilità di una revisione della posizione italiana riguardo l'energia nucleare, alimentando paure che si sono installate nella coscienza collettiva fin dalle ecatombi di Hiroshima e Nagasaki, e via via rinnovate da un certo filone apocalittico nel cinema e nella narrativa.
Sappiamo che oggi la tecnologia è molto più sicura, ma gli argomenti contrari al nucleare sono ancora forti e, a mio avviso convincenti, e vanno dai costi elevatissimi della tecnologia e dei combustibili, all'elevato impatto ambientale anche legato alla difficoltà dello "smaltimento" dei rifiuti radioattivi in modo sicuro, fino al rischio d'area di questo tipo di impianti (anche ammesso che la probabilità di un incidente fosse molto bassa, resta pur sempre vero che l'entità delle conseguenze sulla popolazione e sull'ambiente sarebbe incalcolabile). Senza contare che certi reflui di produzione (il plutonio) sono impiegabili per la fabbricazione di armi, e i siti di produzione stessi possono diventare oggetto di attentati terroristici vista la loro criticità.
Ciononostante in Italia si sta inaugurando una nuova campagna di promozione dell'energia nucleare come se essa fosse l'unica alternativa energetica al petrolio. Ma lo è davvero?
No. La tecnologia per lo sfruttamento dell'energia solare, in forme diverse, è matura e accessibile. Inutile dire che l'energia solare è rinnovabile e può essere sfruttata in senza produrre scorie nocive.
Già oggi, nel mondo, la produzione di energia da fonti rinnovabili supera quella nucleare, che sta invece conoscendo un declino nei paesi in cui è stata adottata da 40 anni fa ad oggi.
La tecnologia Concentrating Solar Power (CSP) è assolutamente matura ed economica, ed è stata utilizzata per la costruzione di centrali elettriche pubbliche ad energia solare della capacità di diverse centinaia di MW negli USA, in Germania, in Israele.
Altri Paesi (perfino la nuvolosa Olanda) hanno avviato studi di fattibilità e progetti pilota.
Incredibilmente, da noi neanche se ne parla. Il nostro paese si estende attraverso latitudini eccellenti dal punto di vista dell'irraggiamento solare. Eppure neanche i Verdi hanno promosso uno studio serio per affiancare questo tipo di tecnologia per la produzione di energia elettrica.
Da non esperto, sono disposto a credere che questa possa rivelarsi una via non percorribile per ragioni di tipo economico o tecnico, nonostante i numerosi studi compiuti tendano a dimostrare l'esatto contrario (uno per tutti, lo studio condotto dal International Solar Energy Society, ONG accreditata dall'ONU, pubblicato nella sezione White Papers del suo sito web). Ma trovo inaccettabile che la nostra classe politica si stia avventurando nuovamente sulla strada del nucleare senza promuovere un dibattito serio sull'alternativa solare.
Timidamente, qualche amministrazione locale, con inaccettabile ritardo, ha promosso delle normative che obbligano l'adozione di pannelli solari per le nuove costruzioni. Mi sembra davvero troppo poco.

sabato, marzo 18, 2006

Destra o sinistra


Io non nascondo che provo sempre un grande disagio personale quando qualcuno cerca di sintetizzare le mie opinioni politiche attribuendomi un'etichetta: di destra, o di sinistra; democristiano, o socialista; etc. Io non riesco a riconoscermi in una corrente politica storicamente definita. Ci sono invece tanti che lo fanno senza alcun tentennamento, e si fanno un vanto di avere sempre votato da una stessa parte. Più di una volta ho tentato l'esperimento di comprendere le ragioni vere, profonde, di questi campioni della certezza elettorale.
Sono arrivato alla conclusione che le uniche ragioni, a distanza di tanti decenni, sono quelle delle ideologie comunista e fascista, o quelle dell'anticomunismo o dell'antifascismo. Ideologie, insomma, storicamente rilevantissime, ma che hanno fatto il loro tempo. E i fatti che, in ultima analisi, sono portati da costoro a sostegno e argomentazione delle loro convinzioni, sono ancora quelli che risalgono all'epoca dei nostri nonni.
Nell'Italia del 2006 le uniche persone (e sono tante) che sanno già da dieci anni per quale schieramento o partito voteranno nel 2011, lo fanno sulla base di ideologie anacronistiche, e spinti da sentimenti di revanscismo o di antagonismo per fatti avvenuti quasi un secolo fa, di cui conoscono pochissimo.
Ci sono, quindi, milioni di italiani che hanno deciso per chi votare, oppure per chi non votare, a priori. Credo che questa sia una pesantissima tara, eredità di fatti che si devono conoscere e studiare collocandoli nel loro preciso contesto storico; ma fatti che non riguardano la maggior parte di noi, che non eravamo neanche nati all'epoca in cui si svolsero. Fatti, quindi, che non devono indurci alla partigianeria acritica.
Gravissimo è che i partiti politici non trovino di meglio che richiamarsi, più o meno implicitamente, a valori ed eventi che non ci appartengono più. Sbagliano essi mantenere vivi questi legami a principi disutili per la società. E sbagliano i cittadini a colmare le proprie lacune storiche e culturali rifugiandosi nella partigianeria politica, di qualunque colore essa sia.