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domenica, luglio 27, 2008

Le reti del potere.


I modelli individuati nello studio delle reti complesse sono serviti anche a dare una spiegazione di alcune dinamiche sociali.
Uno studio della University of Michigan Business School di qualche anno fa ha messo in luce la struttura di piccolo mondo nella rete di relazioni tra i dirigenti che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi corporate americane: è come dire che questi personaggi, che influiscono più o meno direttamente nell'andamento dell'economia statunitense, partecipano in una rete relazionale in cui con poche strette di mano si può raggiungere uno qualunque degli importanti decision maker della elìte di manager della crema del mondo economico e finanziario a stelle e strisce.
Davis e altri hanno dimostrato che i legami interni a tale rete influiscono parecchio sulla comunità economico-finanziaria. Per esempio le aziende nei cui consigli di amministrazione siedono numerosi funzionari di istituti bancari prendono più spesso in prestito il denaro, e questo fa pensare che il legame con i banchieri influenzi le loro decisioni. In genere le relazioni interaziendali servono a diffondere le informazioni, rendere omologo l'atteggiamento dei vari consigli di amministrazione, permettere all'industria di intuire quanto accade nei diversi settori dell'economia.
Mark Buchanan - Nexus.
Lasciata a sé stante, il sistema delle relazioni tra i consigli di amministrazione assumerà sempre una struttura di piccolo mondo.
Va da sé che quanto è risultato evidente nel mondo della finanza e dell'industria americano ha validità anche in altre organizzazioni.
Nessuno ha mai compiuto, che io sappia, un analogo studio riguardo le relazioni che sussistono tra gli uomini che occupano i luoghi del potere politico, ma non mi sembra azzardato affermare che la rete di connessioni anche in quel caso ha una natura dello stesso genere, small world con pochi passaggi tra due qualunque personaggi politici.
Infatti ciascun uomo politico è un nodo di una rete di relazioni, che si estende verso le segreterie dei partiti amici ma anche di quelli avversari, verso le istituzioni e gli uomini degli apparati statali, verso i circoli territoriali e i politici che mobilitano localmente gli elettori, verso le testate giornalistiche e le direzioni dei telegiornali, verso i think tank che alimentano il dibattito politico intellettuale, verso le unioni dei lavoratori e i sindacati, verso le confederazioni economiche, gli istituti finanziari, e chi più ne ha più ne metta. Nel corso della propria carriera politica ognuno di questi personaggi compie sforzi per acquisire un maggiore numero di legami, di connessioni: segue cioè lo stesso meccanismo di crescita che Barabasi ha riscontrato alla base della formazione degli hub. In ultima analisi, un politico influente è un hub di questa rete complessa, con un elevato o elevatissimo grado di connessioni.
La teoria delle reti complesse di tipo aristocratico - quella di Barabasi appunto - offre un'efficace rappresentazione ai possibili scenari politici di una società umana.
Una rete con un solo hub, unico e iperconnesso, è certamente ancora una rete piccolo mondo: essa può rappresentare la rete delle relazioni tra un dittatore o un re ed i propri sudditi.
Una rete con un hub che raccoglie una diversità di hub più piccoli che a loro volta raccolgono dei sudditi, può rappresentare una monarchia in cui si sia formata una classe di nobili feudatari ad esempio.
Un numero limitato di hub iperconnessi, seguito da un numero maggiore di hub con un inferiore grado di connettività, e giù fino ad un enorme numero di individui (gli elettori anonimi) con poche connessioni, potrebbe essere una rappresentazione di un'evoluta democrazia occidentale, opulenta e corrotta, come l'Italia (tanto per fare un esempio).
Ho già osservato in passato che una società del genere può difficilmente evolvere spontaneamente verso un maggiore grado di eguaglianza: il sistema degli hub iperconnessi presenta una certa resilienza, per cui nel caso della scomparsa di uno di essi (ovvero della formazione di un vuoto di potere) un nuovo hub ne prenderebbe il posto: sia esso uno dei giganti iperconnessi già esistenti, oppure la promozione di uno degli hub immediatamente più in basso nella scala della connettività.
Una società del genere è naturalmente ancora una democrazia, in cui gli incarichi politici sono passati da un hub ad un altro, ed in cui gli esponenti politici affermati possono ancora cadere in disgrazia e scomparire dalla scena. Ma, come nel caso della rete dei consiglieri di amministrazione delle grandi corporate americane, una organizzazione siffatta tende a rendere omologo l'atteggiamento degli hub ed a limitare e condizionare l'affiorare di nuovi hub - e questo certamente dovrebbe farci riflettere.
La semplicità asettica del modello di rete aristocratico di Barabasi ha una grossa base scientifica per quanto riguarda l'organizzazione di molti sistemi complessi che sono stati oggetti di studio scientifico. L'estensione di questo concetto alla organizzazione politica della nostra società occidentale è un'estrapolazione personale, di cui non penso che esista una dimostrazione scientifica: se ne trovate una, come al solito, vi prego di segnalarmela.
Ciononostante, leggendo queste cose, penso che a più d'uno sia venuto in mente il parallelo nei termini in cui lo ho condotto io.
Ma se l'organizzazione di piccolo mondo è un requisito probabilmente imprescindibile di una società, non lo è la topologia aristocratica di Barabasi. Ci vengono in soccorso le reti di Watts-Strogatz, piccoli mondi con topologie più egualitarie, dove gli hub non dominano incontrastati. Esse si possono formare durante il processo di crescita continua di una rete aristocratica quando intervenga un meccanismo di limitazione della crescita:

Le reti piccolo mondo di tipo egualitario [...] sono molto più che mere curiosità matematiche. Come le reti aristocratiche di Internet o del World Wide Web, si formano attraverso un semplice processo storico di crescita. Ogniqualvolta intervengono costi o limiti che impediscono ai ricchi di arricchirsi ulteriormente, la rete piccolo mondo diventa più egualitaria [...].

Mark Buchanan - Nexus.

Allora il problema si risolve facilmente: dobbiamo solo mettere qualche limitazione alla "crescita" incontrollata del nostro corrotto sistema politico. Neanche a dirlo, introdurre limitazioni alla crescita matematicamente equivale a ridurre letteralmente la distanza tra hub ed elettori, ad avvicinare i luoghi del potere ai cittadini.

sabato, febbraio 02, 2008

Matematica imbecillità politica bipartisan.


Per la governabilità di un Paese democratico niente è meno auspicabile di un sistema elettorale che porti all'interno delle sue regole il seme della impredicibilità e quello della non equità del peso elettorale dei votanti.
Nel 2006 l'Istituto dei Sistemi Complessi del CNR ha dimostrato come il meccanismo elettorale del Senato abbia caratteristiche impredicibili in modi che ricordano i sistemi caotici: cambiamenti anche piccoli del risultato elettorale possono portare addirittura al ribaltamento dell'esito della consultazione, a causa del premio di maggioranza. A causa di questo meccanismo mal concepito, chi prende più voti in certe circostanze può perdere le elezioni al Senato o comunque risultarne indebolito.
Tra tutti gli esiti possibili delle urne, il premio di maggioranza interviene nell'82% dei casi; per il 2% di tutti gli esiti possibili il "ribaltone" - cioè lo scambio tra vinti e vincitori - è matematicamente certo. Cioè il sistema elettorale varato nel 2005 contiene in sè il meccanismo per annullare la volontà democratica con matematica certezza per alcuni casi ben individuabili, cosa certamente gravissima.
In più del 30% dei casi, poi, l'applicazione del premio indebolisce - invece di rafforzare - la coalizione che ha ottenuto la maggioranza dei seggi.
Certamente non un bel risultato per una legge che si proponeva di aumentare la governabilità per la coalizione che avesse vinto le elezioni assegnandole una quota di seggi aggiuntivi.
Gli autori dello studio (i cui risultati sono stati pubblicati su Le Scienze in un articolo apparso nel settembre 2006, e disponibile qui) mettono in evidenza come le possibilità di questi effetti siano massime nelle situazioni in cui ci siano due coalizioni politiche che competono testa a testa: questo vuol dire che nel caso delle ultime elezioni politiche in Italia la probabilità di ritrovarsi in questo regime di impredicibilità elettorale era massima. Davvero non si capisce come la circostanza sia potuta sfuggire agli organi competenti, visto che la matematica che sta alla base di queste analisi è tutto fuorchè inaccessibile.

Il nuovo sistema elettorale è stato appellato con tutti gli aggettivi meno edificanti del vocabolario italiano. A prescindere dalle considerazioni politiche (semmai se ne possa prescindere in una tal questione) è matematicamente evidente che esso sia inadeguato per una società che si dica democratica.
A chi sospettasse che la legge sia stata fatta a bella posta per garantire la continuità del potere, ricordo che proprio la compaggine di governo responsabile di questa stoltezza ha perso per un soffio le elezioni: dando l'impressione di essere, più che artefice di un progetto sovversivo dell'ordine democratico, sprovveduta autrice di un sistema elettorale di cui non ha compreso il funzionamento. Anche se, per un caso che ha del fortuito, il premio di maggioranza non ha giocato un ruolo fondamentale nelle recenti elezioni dal momento che i suoi effetti su scala regionale si sono poi annullati nel numero passando alla scala nazionale, esso è comunque intervenuto negli esiti di 6 regioni italiane.
Anche se avrebbe potuto andare peggio visto che questa legge agisce nella direzione di rendere più difficile la governabilità del Paese, è certamente grave che un singolo voto pesi diversamente a seconda della Regione in cui è espresso (ascolta l'intervista al prof. Petri su Radio 24).
Se il Centro Desta ha dato prova di ignoranza matematica, il Centro Sinistra in 18 mesi di governo ha saputo fare anche peggio visto che, pur consapevole delle storture del sistema elettorale, è stata incapace di intervenire.
Entrambe le coalizioni politiche si sono distinte per imbecillità e irresponsabilità politica candidando per due volte il Paese al rischio di ingovernabilità con un sistema che non offre esiti elettorali certi ed equi.

giovedì, settembre 20, 2007

Il programma del Centrosinistra

Sono allibito. Parole di Andrea Polito (Ulivo) ospite da Santoro:
"Ma sai, il programma.... sai da quante parti lo puoi tirare quel programma?" Sotto il baffetto, il sorriso benevolo che normalmente si rivolge agli ingenui quando gli si spiega qualcosa che essi faticano a comprendere senza dar loro l'impressione di offenderli.
Per completare il proprio pensiero, il disgraziato ha poi aggiunto: "E' impossibile applicare tutto che sono 280 pagine.", mentre una voce in sottofondo (quella di Giovanni Sartori?) commentava: "sono 300 pagine, fa ridere".
Marco Travaglio, presente, è trasalito, e ha chiesto a Polito se si rende conto di avere ammesso che il Centrosinistra così facendo ha preso in giro i suoi elettori.
Allo scandalo di quella puntata, si aggiunge lo scandalo ripetuto nei giorni successivi, in cui nessun notiziario, nessun giornale, ha richiamato la notizia, nessuno ha gridato allo scandalo, e nessuno nel Centrosinistra ha pensato minimamente di smentire il Senatore Polito.

domenica, settembre 09, 2007

V-Day: la reazione dei nostri "politici".


"Atteggiamento di disinteresse verso la politica e di prevenuto giudizio negativo nei confronti delle istituzioni pubbliche."
Questa è la definizione che dà il Sabatini-Coletti del lemma qualunquismo. E a proposito di qualunquista recita:
"Chi mostra un atteggiamento pregiudizialmente e indistintamente polemico e critico nei confronti delle ideologie politiche e delle istituzioni pubbliche."
Per quale ragione, allora, molti esponenti della politica italiana si sono affrettati a liquidare come qualunquista il fenomeno V-Day organizzato da Beppe Grillo?
Proprio un forte interesse per la res-publica ha spinto i sostenitori della proposta di legge di iniziativa popolare a mettersi in fila per lasciare la propria firma: non di disinteresse si può accusare queste persone.
Allora forse l'indizio riscontrato è un prevenuto giudizio negativo nei confronti delle istituzioni. Ma qui non si è trattato di cattiva opinione delle istituzioni, bensì della loro difesa da una degenerazione della politica tutta italiana. Ed è una difesa che viene esercitata con tanto di proposta di legge, altro che scarso interesse. Verrebbe da pensare, a voler essere maligni, che l'iniziativa popolare sia considerata come indizio di qualunquismo...
Resta ancora l'atteggiamento pregiudizialmente e indistintamente polemico e critico nei confronti delle ideologie politiche e delle istituzioni pubbliche, di cui alla seconda definizione del dizionario. Ma "pregiudiziale" è aggettivo che si riferisce ad una fase che precede il giudizio nel pensiero umano: qui ciò che ha spinto tanta gente a riconoscersi nella denuncia di Grillo e che ha generato una tale affluenza di cittadini è un giudizio molto ben formato nella testa di queste persone, ed è un giudizio fortemente negativo nei confronti del sistema politico italiano. Non un preconcetto, ma un'opinione molto ben vagliata e altrettanto chiara.

Dove è stato ravvisato allora questo qualunquismo, col quale è stato bollato il fenomeno dell'otto settembre nelle piazze italiane? All'analisi del dizionario della lingua italiana l'aggettivo risulta inappropriato, ed il giudizio risulta falso. Di più: esso è anche offensivo.
Non c'è la minima traccia di qualunquismo nel V-Day. Assai sospetto è, invece, il giudizio dato dai politici - esso sì, pregiudiziale.
Un movimento di persone polimorfo, complesso, dinamico, non intercettabile con le solite sigle obsolete, non polarizzato dai soliti slogan usurati, non implotonato dietro le solite bandiere ed i consueti simboli della politica italiana, ma vivo e mutevole come il web da cui scaturisce, ha colto di sorpresa i professionisti della partitocrazia, incapaci di parlarne perfino la lingua, ma perfettamente in grado di comprenderne la pericolosità. A questo minaccioso mostro popolare destinato a tendere nuovi agguati ai loro sconsiderati privilegi bipartisan ed alla loro disgraziata autoreferenzialità, i nostri politici vogliono fare terra bruciata intorno: nell'impossibilità di affibbiare ad esso le solite etichette vetero-ideologiche di destra e sinistra, fascista e comunista, ecco che la condanna è affidata ad un aggettivo che insieme annienta il valore politico del nuovo movimento e offende le intelligenze di tanti: qualunquista. Questa è la categoria dentro cui si intende ridurre d'ora in avanti la battaglia contro il malcostume politico italiano.

sabato, luglio 21, 2007

Mano tesa ad Hamas - un aiuto per la pace?


Le dichiarazioni del nostro Ministro degli Esteri sul dialogo con Hamas hanno suscitato le prevedibili polemiche. E' materia che accende gli animi, in un Paese - l'Italia - in cui, purtroppo, le opinioni sono fortemente polarizzate da residui di ideologia che confondono le acque, laddove ci sarebbe bisogno di informazione corretta per illuminare le menti.
Personalmente, ritengo molto utile tenere ben presenti i fatti che si sono registrati in Palestina negli ultimi due anni, e partire da questi fatti per comprendere le polemiche nostrane. I più accorti potrebbero anche arrivare a crearsi un giudizio definitivo sulla scelta di D'Alema di far prendere all'Italia questa posizione filo-Hamas e - inutile nasconderlo - anti-israeliana. Posizione che, ci piaccia o no, è destinata ad avere un peso sul processo di pace in quel martoriato Medio Oriente che, a parole, tanto ci sta a cuore.
Per una sintesi dei fatti segnalo una voce di Wikipedia.it dedicata all'argomento.
Dunque, Hamas ha vinto le elezioni del gennaio 2006, e questo è un fatto innegabile. Ma Hamas è anche un movimento politico che pratica attivamente il terrorismo (cioè spinge suoi giovani adepti a farsi esplodere in mezzo a scuole e supermercati per farne macellerie): come tale è ufficialmente riconosciuto anche dall'Unione Europea.
Occorre registrare quindi che in Palestina si è verificato l'inauspicabile evento di avere una maggioranza politica democraticamente determinata ma costituita da un movimento politico terrorista. La comunità internazionale - UE, USA in testa - all'indomani delle elezioni ha posto ad Hamas tre ovvie condizioni per continuare l'elargizione di aiuti finanziari all'Autorià Nazionale Palestinese:
- riconoscere Israele;
- rinunciare alla lotta armata;
- mantenere fede agli impegni presi dalla precedente amministrazione dell'ANP (Accordi di Oslo).
E' utile rammentare che malauguratamente Hamas ha respinto tutte le condizioni e, se oggi il suo governo - insediatosi a febbraio del 2006 all'indomani del successo elettorale - ha soldi a sufficienza per gestire i servizi elementari della pubblica amministrazione questo lo deve alla generosità, certamente interessata, di Paesi come Iran e Siria.
Stando così le cose, non credo che si possa dire che la Comunità Internazionale non abbia voluto riconoscere il risultato delle elezioni, almeno non mantenendo la buona fede.
Si deve poi registrare che questa situazione, in cui alla nuova maggioranza è venuto meno l'appoggio internazionale, ha fatto sì che si sia creata una frattura nell'esercizio del potere all'interno dell'ANP, con i due partiti più rappresentativi del popolo palestinese contrapposti: Fatah e Hamas.
Il Presidente dell'ANP , Abu Mazen, ha continuato ad essere il depositario della fiducia della Comunità Internazionale, e si è trovato a gestire una crisi di credibilità che ostacola grandemente l'avanzamento del Processo di Pace.
Il resto è storia: Hamas e Fatah hanno iniziato a combattere una sanguinosa guerra civile che perdura tuttora, portando Abu Mazen a sciogliere il governo ed a programmare elezioni anticipate, constatata l'ingovernabilità del Paese, o l'incapacità della nuova maggioranza a governare.
Come dargli torto? Naturalmente Hamas ha mostrato le armi, e la faccenda è ancora aperta.
Adesso mi domando: la presa di posizione dell'Italia a fianco di Hamas giova ad Abu Mazen?
Giova al Processo di Pace, al rispetto degli Accordi di Oslo?
Siamo veramente disposti a venire a patti con un movimento terrorista come Hamas che, seppure uscito vincente dalla tornata elettorale, ha mostrato disprezzo del Processo di Pace esibendosi in una becera retorica fondamentalista a discapito del proprio popolo stesso?
Ricordiamoci che la democrazia ha un solo vantaggio rispetto ad altre forme di accesso al potere: essa non permette di scegliere il potere migliore; permette di sostituire quello che si dimostra inadeguato. Hamas si è dimostrata inadeguata, e noi tutti - Ministro degli Esteri in testa - dovremmo prenderne atto.

giovedì, maggio 17, 2007

Considerazioni dopo il Family Day

Dico Sì, Dico no, Dico forse... Capiterà anche a voi di riconoscere parte della ragione e parte del torto su tutta la questione (dai Pacs in poi perlomeno) all'una e all'altra parte.Sarebbe curioso sapere: se avessero esplicitamente escluso le coppie omosessuali dal testo di legge, quanti avrebbero avuto un'opinione diversa sui Dico?Qualcuno ha fatto un sondaggio del genere? Se si segnalatemelo per favore perchè sono molto curioso.Molti avrebbero avuto poco da obiettare alla proposta sui diritti dei conviventi se fosse stata limitata alle coppie eterosessuali di fatto. Almeno questa è la mia impressione.Allora occorrerebbe trarne alcune conseguenti considerazioni. La questione dei Dico è stata mal posta - la società italiana, provocata dagli aspri dibattiti sui Pacs, non è pronta ad accettare una legge che pone sullo stesso piano le tradizionali coppie eterosessuali e le coppie formate da omosessuali. L'equiparazione sul testo di legge non è stata fatta a caso: appare evidente che l'intenzione di chi propone il provvedimento (e dei gruppi politici promotori) è quella di ottenere più diritti per gli omosessuali conviventi, "vestendo" l'iniziativa con una proposta di allargamento dei diritti per tutti i conviventi. Il risultato, abbastanza scontato, è stato quello di presentare la legge sui Dico come una specie di cavallo di Troia gay.Trovo personalmente inaccettabile che una questione certamente seria sia stata affrontata in questo modo, e mi chiedo quale altro risultato si aspettassero i promotori.Tuttavia, tra gli scontenti, leggo solo proteste verso la Chiesa o il bigottismo dei Cattolici, e nessun accenno di rimprovero verso il governo e la sua maggioranza per il modo maldestro con cui ha prima impostato il dibattito in Parlamento e poi trasferito in modo ancora più grottesco nelle piazze italiane.

lunedì, marzo 26, 2007

Una società egualitaria: un'utopia?


Si.
Tutte le volte che in una società umana si è aperto un vuoto di potere è stato colmato da qualche ente o persona quasi immediatamente. A voler trarre delle conclusioni, parrebbe che qualunque società umana si autorganizza per riempire il vuoto di potere. Il giacobinismo prima ed il comunismo poi hanno fatto dell'uguaglianza un messaggio rivoluzionario che ha profondamente trasformato le rispettive società, ma la disuguaglianza, l'ingiustizia, le differenze hanno puntualmente ripreso piede nelle nuove organizzazioni, solo trasformate nell'aspetto per riflettere le caratteristiche delle rinnovate società.
Queste rivoluzioni hanno trasformato la società per re-impiantare reti sociali ancora caratterizzate dalla presenza di "hub" di vario peso. Un "hub" è pur sempre un centro di potere.
Allora i centri del potere non possono rimanere disabitati, perchè la società stessa lo impedisce.

Se pensiamo la società come un'organismo dotato di propria consapevolezza, questo non ci stupisce: in qualunque organismo superiore esistono dei meccanismi che rimediano a situazioni altamente sfavorevoli per la sopravvivenza dell'organismo stesso. Si potrebbero citare centinaia di esempi tratti dal mondo vivente. Smantellato un "hub" pre-esistente per effetto di una rivoluzione, un nuovo "hub" compare per re-interpretare il ruolo del primo. Anzi, è verosimile che il nuovo "hub" fosse già esistente, e che la rivoluzione non sia altro che la manifestazione della lotta fra il nuovo arrivato ed il pre-esistente, tra il "sovversivo" ed il "conservatore".
La questione diventa allora indipendente dalla natura degli uomini, e dalle loro virtù e debolezze: i termini corretti del problema sono da ricercare nell'organizzazione dei sistemi complessi, dei sistemi "viventi", dei sistemi adattativi, delle popolazioni di individui cooperanti. Questi meccanismi potrebbero essere comuni a molte classi di questi sistemi, forse addirittura esistono caratteristiche universali, cui le società umane non possono sottrarsi neanche volendolo.

Se questo è vero, come penso, allora una società in cui tutti gli individui sono uguali è una pura utopia, e lo stato di totale uguaglianza dei membri è privo di qualunque utilità. Anzi è disutile e non auspicabile. Mentre auspicabile è comprendere appieno questi meccanismi, per trasferire questa conoscenza nei sistemi politici, in modo che essi si adattino alle caratteristiche "strutturali" delle società umane, a vantaggio della prosperità e del benessere degli individui.

mercoledì, ottobre 04, 2006

Cinque cose che non mi sono piaciute del governo

1. La grazia a Bompressi: non interamente ascrivibile all'esecutivo, e forse giusta nel merito, ma sbagliata per scelta dei tempi (non era certamente una priorità da mettere in campo come primo provvedimento).
2. L'indulto: il problema del sovraffollamento delle carceri andava affrontato sul piano delle infrastrutture, non con un atto di indulgenza. La "legalità calpestata" portata in processione contro il governo Berlusconi è stata facilmente sacrificata per un provvedimento impopolare che ha rimesso in libertà anche delinquenti pericolosi, nonostante i sentimenti di ansiosa insicurezza vissuti in larghi strati della popolazione, sepcialmente nei quartieri metropolitani più a rischio.
3. Il decreto Bersani: dopo anni passati a predicare la concertazione, il governo aggredisce alcune categorie di lavoratori non riconducibili ai grandi sindacati (CGIL in cima a tutti) colpendo dei diritti acquisiti (es. le licenze dei taxi) senza un benchè minimo segno di dialogo preventivo.
4. Le dimissioni di Tronchetti-Provera, la vicenda più grave: Prodi induce l'A.D. Telecom alle dimissioni dopo aver scandalosamente rivelato alcune trattative segrete tra Telecom e altri gruppi (Time Warner, General Electric, gruppo Murdoch) in vista del traguardo media-company, che Tronchetti-Provera aveva confidato al Presidente del Consiglio nel corso di alcuni incontri. Gli incontri servivano a Tronchetti-Provera a scongiurare il ricorso alla golden-share da parte del Tesoro - dirà poi il manager in un'intervista rilasciata al Financial Times - nel caso di scorporo della TIM. Prodi invece imbastisce manovre non chiare apparentemente finalizzate a ricondurre Telecom sotto il controllo pubblico. Sputtanato, è costretto a dimettere il suo consigliere economico (Rovati) rimasto col cerino in mano. Poi compie il gesto più grave di tutti: costretto a riferire al Parlamento, mente al Paese dichiarando di essere stato all'oscuro della faccenda, rifiutando di fatto di fare chiarezza su uno degli episodi più oscuri degli ultimi anni.
5. Manovra finanziaria: dopo avere urlato a squarciagola che il centro-sinistra non avrebbe alzato le tasse, il governo aumenta la pressione fiscale sui lavoratori con reddito superiore a € 40k/anno di un punto percentuale. Non contento, con acrobazie degne della migliore finanza creativa tanto criticata dall'opposizione nella precedente legislatura, fa di peggio: ascrive il TFR transitato nelle casse INPS tra le "attività" nel bilancio dello stato, creando le condizioni perchè i prossimi governi ostacolino la transizione del TFR alla previdenza integrativa, dimenticando che il TFR è un debito verso i lavoratori, non un'entrata dello stato.

lunedì, ottobre 02, 2006

Giù le mani dal TFR

La legge finanziaria è al centro dell'attualità in questi giorni, lo sarà ancora nei prossimi.
Il governo di centro sinistra dovrebbe essere l'espressione degli interessi delle classi più deboli, quel 90% e più di contribuenti che guadagnano meno di 40 mila euro lorde all'anno, i quali otterranno qualche beneficio fiscale dai nuovi scaglioni irpef.
Quegli stessi lavoratori, soprattutto i più giovani, saranno presto chiamati a dirottare il proprio tfr verso fondi pensione, oppure questi loro soldi andranno a finire all'inps, che certo in passato non ha brillato per solvibilità nei confronti degli impegni presi (leggi: pensioni).
Il lato più inquietante della manovra, quello che la avvicina di più alle tante operazioni di finanza creativa varate nella scorsa legislatura, consiste nel trasferimento all’Inps (e poi ad un fondo per il finanziamento delle infrastrutture) della parte di trattamento di fine rapporto (Tfr) accumulato dagli individui ogni anno, e non dirottato ai fondi pensione. Si tratta, in altre parole, di un prestito forzoso per finanziare spese infrastrutturali ottenuto trasferendo dalle imprese allo stato un debito nei confronti dei lavoratori dipendenti che non eserciteranno l’opzione di trasferire il Tfr ai fondi pensione.

Questo scrivono Boeri e Garibaldi su lavoce.info. E aggiungono:
questa misura rischia di diventare la pietra tombale sulla speranza di creare dei fondi pensione in Italia perché indurrà questo Governo e quelli successivi ad ostacolare in tutti i modi i flussi verso i fondi pensione (significa meno entrate per lo Stato). Dunque e’ un’operazione che va svantaggio dei lavoratori più giovani, quelli che hanno maggiormente bisogno di previdenza integrativa per garantirsi un reddito adeguato quando andranno in pensione.

Condivido al 100%: Prodi, giù le mani dal tfr!

domenica, ottobre 01, 2006

Non scagioniamo il comunismo.

C'è un nesso oggettivo tra gli errori della teoria e gli errori della prassi. Un suo frutto è il negazionismo comunista, ovvero la tendenza a negare la portata degli orrori o a circoscriverli a deviazioni improprie dal percorso originario. Le intenzioni erano buone, gli esiti malvagi: è l'alibi intellettuale per scagionare il comunismo.


Marcello Veneziani, La cultura della destra.

mercoledì, aprile 05, 2006

Solare: perchè in Italia non se ne parla?


Da qualche mese (anche prima dei tagli di Gazprom) ci siamo svegliati con la sorpresa di una nuova crisi energetica, tanto più preoccupante in quanto alla già vertiginosa ascesa del prezzo del petrolio si è aggiunta la flessione della distribuzione di gas naturale ad opera della Russia.
Tanto è bastato per fare riemergere il dibattito sull'energia nucleare archiviato in Italia successivamente al referendum del 1987.
Personalmente, ho spesso pensato che la grande rinuncia del nostro paese nei confronti di una risorsa energetica alternativa alle fonti fossili sia stata fatta con superficialità e scarsa consapevolezza, ancorchè in piena libertà. Il referendum popolare ha espresso una posizione molto ampia in sfavore dello sfruttamento a fini civili della tecnologia nucleare, circa un anno dopo il terribile incidente di Chernobyl, quindi sicuramente sull'onda emotiva causata dalle notizie che venivano dalla Russia, dall'Ucraina e dalla Bielorussia.
Vent'anni dopo quei spaventosi fatti, sappiamo dal Chernobyl Forum (organizzazione istituita da IAEA, OMS, FAO e governi dei paesi maggiormente coinvolti dalle ricadute radioattive causate dall'incidente) che i morti effettivi da allora ad oggi sono 58, e che per ora non è stata registrata una variazioni significativa dell'incidenza di tumori attribuibili all'incidente, per quanto tale dato debba essere sicuramente rivisto nel tempo dal momento che il tempo di insorgenza di certe patologie tumorali legate alla esposizione a radioattività è di almeno 10-15 anni. Lo studio del Chernobyl Forum indica il numero di decessi possibili per effetto a lungo termine di tumori insorti a causa dell'inquinamento radioattivo in 4000 - 9000.
Non mi dilungo oltre sulle cifre e le considerazioni, sicuramente non sintetizzabili qui. Il rapporto è disponibile on line sul sito del IAEA.
Certo l'incidente di Chernobyl ha influenzato - e continuerà ad influenzare - negativamente l'opinione che ognuno di noi ha sulla possibilità di una revisione della posizione italiana riguardo l'energia nucleare, alimentando paure che si sono installate nella coscienza collettiva fin dalle ecatombi di Hiroshima e Nagasaki, e via via rinnovate da un certo filone apocalittico nel cinema e nella narrativa.
Sappiamo che oggi la tecnologia è molto più sicura, ma gli argomenti contrari al nucleare sono ancora forti e, a mio avviso convincenti, e vanno dai costi elevatissimi della tecnologia e dei combustibili, all'elevato impatto ambientale anche legato alla difficoltà dello "smaltimento" dei rifiuti radioattivi in modo sicuro, fino al rischio d'area di questo tipo di impianti (anche ammesso che la probabilità di un incidente fosse molto bassa, resta pur sempre vero che l'entità delle conseguenze sulla popolazione e sull'ambiente sarebbe incalcolabile). Senza contare che certi reflui di produzione (il plutonio) sono impiegabili per la fabbricazione di armi, e i siti di produzione stessi possono diventare oggetto di attentati terroristici vista la loro criticità.
Ciononostante in Italia si sta inaugurando una nuova campagna di promozione dell'energia nucleare come se essa fosse l'unica alternativa energetica al petrolio. Ma lo è davvero?
No. La tecnologia per lo sfruttamento dell'energia solare, in forme diverse, è matura e accessibile. Inutile dire che l'energia solare è rinnovabile e può essere sfruttata in senza produrre scorie nocive.
Già oggi, nel mondo, la produzione di energia da fonti rinnovabili supera quella nucleare, che sta invece conoscendo un declino nei paesi in cui è stata adottata da 40 anni fa ad oggi.
La tecnologia Concentrating Solar Power (CSP) è assolutamente matura ed economica, ed è stata utilizzata per la costruzione di centrali elettriche pubbliche ad energia solare della capacità di diverse centinaia di MW negli USA, in Germania, in Israele.
Altri Paesi (perfino la nuvolosa Olanda) hanno avviato studi di fattibilità e progetti pilota.
Incredibilmente, da noi neanche se ne parla. Il nostro paese si estende attraverso latitudini eccellenti dal punto di vista dell'irraggiamento solare. Eppure neanche i Verdi hanno promosso uno studio serio per affiancare questo tipo di tecnologia per la produzione di energia elettrica.
Da non esperto, sono disposto a credere che questa possa rivelarsi una via non percorribile per ragioni di tipo economico o tecnico, nonostante i numerosi studi compiuti tendano a dimostrare l'esatto contrario (uno per tutti, lo studio condotto dal International Solar Energy Society, ONG accreditata dall'ONU, pubblicato nella sezione White Papers del suo sito web). Ma trovo inaccettabile che la nostra classe politica si stia avventurando nuovamente sulla strada del nucleare senza promuovere un dibattito serio sull'alternativa solare.
Timidamente, qualche amministrazione locale, con inaccettabile ritardo, ha promosso delle normative che obbligano l'adozione di pannelli solari per le nuove costruzioni. Mi sembra davvero troppo poco.

sabato, marzo 18, 2006

Destra o sinistra


Io non nascondo che provo sempre un grande disagio personale quando qualcuno cerca di sintetizzare le mie opinioni politiche attribuendomi un'etichetta: di destra, o di sinistra; democristiano, o socialista; etc. Io non riesco a riconoscermi in una corrente politica storicamente definita. Ci sono invece tanti che lo fanno senza alcun tentennamento, e si fanno un vanto di avere sempre votato da una stessa parte. Più di una volta ho tentato l'esperimento di comprendere le ragioni vere, profonde, di questi campioni della certezza elettorale.
Sono arrivato alla conclusione che le uniche ragioni, a distanza di tanti decenni, sono quelle delle ideologie comunista e fascista, o quelle dell'anticomunismo o dell'antifascismo. Ideologie, insomma, storicamente rilevantissime, ma che hanno fatto il loro tempo. E i fatti che, in ultima analisi, sono portati da costoro a sostegno e argomentazione delle loro convinzioni, sono ancora quelli che risalgono all'epoca dei nostri nonni.
Nell'Italia del 2006 le uniche persone (e sono tante) che sanno già da dieci anni per quale schieramento o partito voteranno nel 2011, lo fanno sulla base di ideologie anacronistiche, e spinti da sentimenti di revanscismo o di antagonismo per fatti avvenuti quasi un secolo fa, di cui conoscono pochissimo.
Ci sono, quindi, milioni di italiani che hanno deciso per chi votare, oppure per chi non votare, a priori. Credo che questa sia una pesantissima tara, eredità di fatti che si devono conoscere e studiare collocandoli nel loro preciso contesto storico; ma fatti che non riguardano la maggior parte di noi, che non eravamo neanche nati all'epoca in cui si svolsero. Fatti, quindi, che non devono indurci alla partigianeria acritica.
Gravissimo è che i partiti politici non trovino di meglio che richiamarsi, più o meno implicitamente, a valori ed eventi che non ci appartengono più. Sbagliano essi mantenere vivi questi legami a principi disutili per la società. E sbagliano i cittadini a colmare le proprie lacune storiche e culturali rifugiandosi nella partigianeria politica, di qualunque colore essa sia.